Sono Tornato: recensione

IL REMAKE ITALIANO DI “LUI È TORNATO”, TRA LA SOFISTICATA COMMEDIA E LA SPAVENTOSA SATIRA

sono tornato posterGENERE: commedia, satirico

DURATA: 96 minuti

USCITA IN SALA: 1 Febbraio 2018

VOTO: 3,5 su 5

Roma. Giorni nostri. Dopo 80 anni dalla sua scomparsa Benito Mussolini è di nuovo tra noi. La guerra è finita, la sua Claretta non c’è più e tutto sembra cambiato. All’apparenza. Il suo ritorno viene casualmente filmato da Andrea Canaletti, un giovane documentarista con grandi aspirazioni ma pochi, pochissimi successi. Credendolo un comico, Canaletti decide di renderlo protagonista di un documentario che finalmente lo consacrerà al mondo del cinema. I due iniziano così una surreale convivenza che, tra viaggi per l’Italia, ospitate tv e curiosi momenti di confronto con gli italiani di oggi, porta il Duce a farsi conoscere e riconoscere sempre di più, al punto tale da diventare il protagonista di uno show in tv e di mettersi in testa di poter riconquistare il paese…

Sono Tornato è il remake italiano di Lui è tornato, film tedesco del 2015 di David Wnendt, a sua volta tratto dall’omonimo libro di Timur Vermes, dove ovviamente era Hitler il dittatore riesumato. Curioso pensare che proprio l’autore del romanzo pensava che, a differenza della sua terra natia, il paese più pericoloso in cui uno dei due grandi protagonisti della Seconda Guerra Mondiale poteva tornare era proprio l’Italia. Questo perché, come ha detto lo stesso regista italiano Luca Miniero, a differenza dei tedeschi “gli italiani non hanno mai del tutto fatto i conti con il loro dittatore. Come se ne sottovalutassero la pericolosità, come se avessero dimenticato la lezione della storia“. Ed è appunto per questo che lo spunto iniziale dell’azione, ossia il Duce che ritorna ai giorni nostri, è tra i più interessanti e azzeccati all’interno delle tante “operazioni remake” spesso discutibili del nostro cinema. Lo è perché affronta una tematica fortemente contemporanea, arrivando proprio dopo tante operazioni che invece l’attualità l’han combattuta strenuamente; proprio con le elezioni alle porte, segnate dal ritorno di una certa retorica populista; proprio quando qualche giorno dopo la sua uscita in sala, i giornali hanno riportato tremendi fatti di cronaca.

Non a caso è proprio la classe politica italiana, succedutagli dal dopoguerra in poi, il primo bersaglio del disprezzo di Mussolini, il quale, proprio come nella pellicola tedesca, si rifugia da un giornalaio per apprendere quanto più possibile della storia recente del suo paese. L’adattamento ad opera di Nicola Guaglianone (Lo chiamavano Jeeg RobotIndivisibili) decide infatti di ricalcare quasi fedelmente la trama originale, privilegiando quindi maggiormente il protagonista e il suo controverso rapporto con l’Italia e gli italiani. Se da un lato tale scelta rafforza la magistrale e spaventosa prova di Massimo Popolizio, dall’altra finisce con l’indebolire la forza narrativa della storia in sé, specialmente nei suoi punti di svolta più forti e scioccanti, proprio perché in realtà già visti, praticamente, nella sua controparte tedesca. Le iterazioni di Mussolini con Villa Torlonia, i versi di Toto Cutugno e in generale l’Italia di oggi sono quindi la preoccupazione principale della sceneggiatura, per gran parte del suo procedere, con l’impressione però che si rimanga alla base della potenziale efficacia; le stesse candid non funzionano, nella loro totalità, quanto nel film tedesco, risultando sicuramente ben gestite da Frank Matano, ma meno da Popolizio, più a suo agio nelle parti di finzione.

Per buona parte della visione, allora, la sensazione è che un’operazione sulla carta così necessaria, poteva essere raccontata forse in maniera molto più cattiva e sottile. Il popolo di analfabeti descritto da Mussolini/Popolizio, che ci si aspettava essere il principale bersaglio stavolta delle intenzioni di Miniero, sembra infatti venir trattato in maniera troppo indulgente, adoperando la commedia piuttosto che la satira. Almeno fino all’arrivo del terzo atto, quando, non a caso, la sceneggiatura di Guaglianone si discosta dall’originale e prende una propria strada. La strana “comprensione” perpetrata fino a quel momento nei confronti della massa divertita prima e spaventa poi, fa finalmente posto alla condanna più dura e sofisticata, messa in scena attraverso il ruolo cruciale dei media nel veicolare i gusti e soprattutto i giudizi del senso comune. Se fino a quel momento, allora, Sono Tornato falliva nell’essere quel film giusto al momento giusto, finalmente scopre tutta la sua preoccupante contemporaneità, la sua terribile potenza,  probabilmente peccando al tempo stesso di eccessiva tardezza.

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