E la chiamano estate: conferenza stampa

PAOLO FRANCHI: “NON HO LA PRESUNZIONE DI ARRIVARE A TUTTI”

Risate e fischi in sala: così è stato accolto il terzo e ultimo film italiano in concorso al Festival Internazionale del Cinema di Roma.

E la chiamano estate racconta la storia di Dino e Anna una coppia che si ama alla follia pur non avendo rapporti sessuali: un’intesa che si basa sulla tenerezza, se non fosse che Dino, quando è lontano da Anna, tra club privè e prostitute sfoga la sua virilità portando come una spada di Damocle sulla testa il senso di colpa.

In conferenza stampa sembrava di stare a una guerra di trincea tra i giornalisti delusi, e per questo quasi divertiti, dalla pellicola e i protagonisti comunque convinti del loro lavoro, pronti a difenderlo. Non mancava a nessuno neanche la produttrice Nicoletta Mantovani che, nonostante le stroncature del lungometraggio ha asserito: “ho scelto questo copione perché raccontava in forma metaforica quello che succede a tante coppie. Essendo un film ha la sua storia, non è un documentario. Non c’è nulla da indagare in ambito psicologo, è finzione”.

Tra le facce sul palco spicca quella della protagonista, Isabella Ferrari, che nel lungometraggio ha nascosto ben poco di sé “l’incontro con Paolo è stato fondamentale per accettare il film. Lo considero un film d’autore. Quando un anno fa me l’ha proposto, ne avevo capito poco, ma mi sono buttata nel lavoro. Ho sempre del pudore nel raccontare come un attore arriva ad un determinato ruolo, ma in questo caso non ho costruito una performance. Mi sono concentrata sul vuoto. Questo mi ha favorito nella ricerca di quella morbidezza che mi ha aiutato a fare quelle scene di nudo, per nulla imbarazzanti per me, per la prima volta nella mia vita. La partecipazione a questo film la considero una grande esperienza nel mio percorso artistico” afferma l’attrice difendendo la sua parte e l’eccesso di sue nudità, spesso gratuite, nel film.

Ovviamente anche Paolo Franchi, regista della pellicola, cerca di proteggeree di dare un senso al suo lavoro partendo dal titolo, preso dall’omonima canzone di Bruno Martino, che sembra non aver ragione “i titoli si possono usare anche come contrappunto” dice il regista, arrancando nella spiegazione e lottando ancora anche nel difendere la sceneggiatura: “raccontare l’amore che può essere inteso come condivisione del dolore, come un veleno. Si tratta di una visione fuori dalla società e dai baci Perugina.” Anche se da Baci Perugina risultano essere le parole che scandiscono il lungometraggio, quelle della lettera di Dino ad Anna, ripetute ben 5 volte “questo film è una considerazione transtemporale del rapporto di coppia. Se passato, presente e futuro si fondono in un’unica realtà, la reiterazione la trovavo interessante, come un’ossessione che si ripete in un tempo interiore. Il film non ha un’impronta realistica, quindi il tempo non ha uno sviluppo longitudinale” tenta di spiegare il regista, con ben poca credibilità ma d’altronde, incalza, “l’arte è egoista. Non ho la presunzione di arrivare a tutti. Tutto è soggettivo. Capisco che possano infastidire i tempi morti,  questo apparente ‘non succede niente’. In ogni caso, se non è piaciuto a molti dei presenti, a me interessa che possa piacere anche solo ad uno”.

(14 novembre 2012)

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