Berlinale 2013: dark blood-recensione film

IL LUNGOMETRAGGIO CHE RIVER PHOENIX NON PORTÒ MAI A TERMINE

Notte del 31 Ottobre 1993. River Phoenix era a Los Angeles nel locale Viper Room di proprietà di Johnny Depp. Era lì per suonare con il suo gruppo Aleka’s Attic e con lui c’erano pezzi che poi sono diventati icone della storia pop mondiale: il fratello Joaquin con la fidanzata Samantha Mathis,  il bassista e l’ex chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, Flea e John Frusciante. Phoenix morì sul marciapiede di fronte al locale in quella sera lì, dopo un cocktail esplosivo di speedball e valium, sotto gli occhi della gente troppo pieni di curiosità per poterlo riconoscere.

In quel periodo River stava girando un film, mancavano solo dieci giorni alla fine delle riprese. Il film in questione è Dark Blood di Georg Suizer che, ormai anziano e malato, ammette proprio in apertura della pellicola che portare nelle sale questo film è una questione personale.

Il film narra la storia di un giovane vedovo (River Phoenix) che vive una vita solitaria nel deserto, in un luogo dove venivano provati test nucleari a un certo punto nella sua vita compare una coppia di Hollywood: Harry (Jonathan Price) e Buffy (Judy Davis), due quarantenni entrambi primedonne.

Nel corso di una vacanza romantica nel deserto, la loro auto si ferma in mezzo al nulla ma non lontano dalla casa di Boy. È Buffy a chiedere per prima aiuto al ragazzo con il quale si palesa immediatamente una forte attrazione.

Nelle parti mancanti del film è lo stesso Suizer a leggere il copione e questo espediente, anche se blocca bruscamente il racconto, è di una tenerezza disarmante. La storia d’amore tra il giovane uomo e la donna è interpretata egregiamente dai due attori che rendono la loro attrazione palpabile.

Questo lungometraggio è un omaggio dovuto a un attore che dimostra, anche 20 anni dopo la sua scomparsa, di essere stato una perdita incolmabile per l’Olimpo di Hollywood che da allora ad oggi è sempre più uguale a se stesso.

La bellezza del film e la grandezza della sua regia, forte anche di una fotografia e di luoghi eccezionali, si palesa nonostante la sua incompletezza. E l’assenza di Phoenix che non si sente mai davanti al grande schermo prende alle spalle, una volta usciti dalla sala, attraverso i tentacoli del rimpianto.

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