The sessions: recensione film

DAL SUNDANCE ARRIVA LA RISPOSTA A “QUASI AMICI” SUL RAPPORTO TRA DISABILITÀ E SESSUALITÀ

GENERE: Commedia/Drammatico

USCITA: 21 febbraio 2013

Strano che non sia arrivato in tempo per San Valentino questo film insolitamente romantico che analizza la sessualità dal punto di vista di un disabile, come nessuno in tempi recenti è stato capace di fare. Tanto di cappello dunque a Ben Lewin, regista di oltre sessant’anni, diviso da sempre tra cinema e televisione, che solo con la sua ultima fatica, The Sessions è riuscito a sfondare.

Il film è ispirato alla storia vera di Mark O’ Brien, affetto dalla poliomelite fin dall’età di sei anni, per cui era costretto a muoversi con un letto ambulante e a passare le notti in un polmone artificiale. Nonostante questo Mark si è laureato in letteratura ed è diventato un poeta professionista, nonché giornalista: è infatti da un articolo apparso sul Sun nel 1990 che è ispirata la pellicola in questione, un articolo dal nome particolare “On Seeing a Sex Surrogate”, che trattava la sessualità tra i disabili e il primo rapporto dell’autore con la terapeuta sessuale Cheryl.

Finalmente ci troviamo a un piccolo film indipendente che tratta il tema della malattia con sensibilità e una certa aderenza alla realtà: stiamo lontani dalle ipocrisie di film come Quasi amici dove la disabilità è vista in modo tranquillo e sereno: qui siamo in terreni completamente diversi ed è grazie a un John Hawkes straordinario che proviamo quasi sulla nostra pelle il dolore di una malattia come la poliomelite.

L’attore misconosciuto, se non per piccoli film indipendenti che hanno lasciato il segno (Un gelido inverno su tutti), meriterebbe dopo questo suo lavoro la fama più assoluta, visto il modo in cui riesce a coinvolgere il pubblico prevalentemente tramite il volto. Una performance di peso che riesce, nonostante la quasi totale immobilità dei muscoli del protagonista, a dare l’impressione di un’Odissea sentimentale, al termine della quale si ottiene un premio ben più alto della perdita della verginità tanto auspicata all’inizio dal protagonista. “L’amore è un grande viaggio” dice a questo proposito l’amico prete, interpretato da William H. Macy: forse un po’ in ombra rispetto al protagonista, anche questo è un personaggio di notevole importanza per l’andamento della trama, se non altro perché dà l’idea di un uomo di chiesa moderno che accetta la sessualità come parte della vita, dopo le iniziali perplessità legate alla sua fede. Uno che al Vaticano magari avrebbero già linciato!

Non si riesce a trovare molti difetti a un film che in pochi attimi passa dall’ilarità alla malinconia con leggerezza e sensibilità come i migliori film fuori dai circuiti hollywoodiani sanno fare. Un plauso anche a Helen Hunt, candidata all’Oscar come Miglior attrice non protagonista e decisamente più brava della fin troppo quotata Anne Hathaway, a quanto pare già con la statuetta in mano.

Forse tutto sommato i giurati dell’Academy sono stati troppo severi nei confronti di questo film che, come The Master, meritava di competere nella categoria più importante, così come in quella di Miglior attore.  

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