Cannes 66 – Heli: recensione film

L’OPERA DI ESCALANTE ECCEDE DI VIOLENZA PER POI SCIVOLARE IN UNA POCO COERENTE MORALE

Il problema del narcotraffico in Messico è un luogo comune che, come tale, vanta una possente base di verità. Ed è proprio intorno a questa piaga del suo paese che Amat Escalante ruota il suo ultimo lungometraggio, Heli.

Il protagonista è il ragazzo che da il nome al film, un operaio che vive con suo padre, la compagna dalla quale ha da poco avuto un figlio e sua sorella Estela. Estela ha solo 12 anni ma è già fidanzata con Beto un giovanissimo narcotrafficante che a un certo punto decide di nascondere sul tetto della casa della ragazza la droga, almeno finché non arriva l’irruzione di una squadra di militari…

Nonostante alcuni momenti di eccessiva violenza, più una prova puramente stilistica del cineasta messicano che immagini funzionali al suo racconto, la regia di Escalante per tutta la durata del lungometraggio vanta un’eleganza che stupisce proprio per la contraddizione rispetto alle scene che decide di mostrare, molte delle quali, ai fini del racconto e della riuscita della stessa pellicola, totalmente trascurabili.

Se l’intenzione del regista era quella di colpire lo stomaco più che la testa dello spettatore  il risultato è stato ottenuto, anche se per colpa di un’eccessiva schiettezza è stato tralasciato molto altro rendendo Heli una pellicola inutilmente prolissa e violenta. Punto debole del film è, inoltre, la mancanza di coraggio del cineasta di non cadere nella facile morale di una condanna del male che, se non ci fosse stata, avrebbe dato al film una coerenza che purtroppo non ha.

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