Un castello in Italia: recensione film

VALERIA BRUNI TEDESCHI, ALLA SUA TERZA REGIA, SI CIMENTA IN UNA COMMEDIA FRANCESE NUOVAMENTE DAL SAPORE AUTOBIOGRAFICO

un-chateau-en-italie-a-castel-in-italyGENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 31 ottobre 2013

DURATA: 104′

VOTO: 3 su 5

Valeria Bruni Tedeschi ha all’attivo già due film da regista (È più facile per un cammello e Attrici) e in entrambi è molto forte l’elemento autobiografico.

Con la sua terza opera Un castello in Italia la cineasta non spezza questa consuetudine e dirige un lungometraggio che, ancora una volta con grande autoironia, mostra pregi e difetti di un’aristocratica famiglia in decadenza e le ossessioni di una donna over 40.

Louise (Valeria Bruni Tedeschi) è una 43enne che proviene da una nobile famiglia costretta a vendere parte dei suoi beni, compreso un castello in Piemonte a Castagneto. Lei vive a Parigi e proprio mentre corre per non perdere il treno che deve portarla in Italia dove con la madre (Marisa Borini) e il fratello malato di aids Ludovic (Filippo Timi) deve decidere cosa fare della proprietà ormai troppo onerosa da gestire, incontra Nathan (Louis Garrel) un giovane attore che si innamora, sin dal primo momento, di lei.

Un castello in Italia è una commedia leggera, piacevole, che tocca temi evidentemente molto cari alla regista come il rapporto con un uomo molto più giovane (Garrel nella vita è il suo compagno), l’equilibrio squilibrato di una famiglia che un tempo è stata importante e le problematiche di una donna adulta, ma forse realmente mai cresciuta, che deve affrontare il suo tardivo desiderio di maternità.

La Bruni Tedeschi nel suo film sfiora moltissime story line senza mai realmente svilupparne bene neanche una e chiudendo le vicende legate ai vari personaggi, compreso quello della protagonista da lei interpretata, in maniera verosimile ma fin troppo aspettata.

Un castello in Italia è un lungometraggio piacevole senza infamie e senza lodi in cui la regista in alcune parti della sua interpretazione, specialmente quelle che mettono in luce le ossessioni di Louise, ricorda la Margherita Buy dei tempi migliori.

Il buon ritmo della pellicola, le interpretazioni degli attori, Filippo Timi su tutti, e questa vena ironica che sdrammatizza anche le parti più drammatiche del lungometraggio sono la parte migliore di un film che però non stupisce, nel bene o nel male, mai.

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