C’era una volta a New York: recensione film

JAMES GRAY, CON C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK, DIRIGE UN MELODRAMMA STORICO SENZA TRALASCIARE INTROSPEZIONE E TEMI SOCIALI ANCORA CONTEMPORANEI

C'era una volta a New York

GENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 9 gennaio

DURATA: 120′

VOTO: 3,5 su 5

La prima immagine, quella della Statua della Libertà da immediatamente l’idea di dove ci si trova e l’inquadratura Ellis Island, insieme ai costumi degli attori che interpretano quegli europei che negli negli anni 20′ partivano per gli Stati Uniti alla ricerca del sogno americano del periodo ruggente, palesa anche in che epoca è svolta l’azione e cosa sta accadendo.

James Gray nel suo primo film in costume C’era una volta a New York decide di ambientare la storia delle sue protagoniste Ewa e Magda in quell’America di promesse infrante e di viaggi interminabili alla ricerca di un sogno al quale più ci si avvicinava e più sembrava sfuggire.

Nel gennaio del 1921 Ewa e Magda Cybulski, due donne polacche, arrivano a New York ma, in quel di Ellis Island, ovvero lo spartiacque tra il passato e il futuro degli immigrati d’America dove i controlli sanitari e la burocrazia potevano dare una nuova vita  o rigettare in quella vecchia le aspettative di un’esistenza migliore,  i medici diagnosticano a Magda il vaiolo, mettendola in quarantena, e le autorità non consentono ad Ewa di entrare a New York.

Fortunatamente la giovane donna però incontra Bruno, il proprietario di un locale di spettacoli, che la prende con sé a lavorare.

Il passato delle due sorelle, reduci di una guerra che ha portato via loro i genitori, purtroppo non si riesce a tradursi in un avvenire più semplice in quanto l’indirizzo degli zii dai quali le donne sarebbero dovute andare risulta inesistente così Ewa è costretta anche a prostituirsi per pagare le spese mediche della sorella, finché non incontra Orlando un giovane mago che può aiutarla a fuggire.

Il lungometraggio di James Grey nella sua sinossi e nella trasposizione è il più classico dei melodrammi che, nella resa cinematografica, consacra il regista come uno degli ultimi cineasti neo-classici che il panorama cinematografico moderno vanta.

Il regista porta in questa pellicola alcune delle tematiche già affrontate nei suoi precedenti lavori: il tema sociale dell’immigrazione di Little Odissea e quello sentimentale del triangolo amoroso già visto in Two Lovers.

Il film di Gray ha moltissimi piani di lettura: in prima linea vi è la storia di una donna, impersonificazione di un’intera generazione di immigrati, fragile e sfortunata interpretata da una perfetta Marion Cotillard che affronta un ruolo affatto semplice per via del l’introspezione anche somatica che richiede il personaggio, che nei suoi sguardi e nelle sue espressioni deve non solo mostrare il dolore del presente ma anche il dolore che è stato, e dei lunghi dialoghi in polacco che l’attrice recita senza problemi; ma il lungometraggio può anche essere visto come metafora della crisi e delle difficoltà che anche oggi l’America ha e regala a chi ci vive e a chi la raggiunge.

La direzione di Gray è impeccabile anche grazie all’aiuto delle scenografie di Happy Massee e della fotografia di Darius Kondji che rendono alla perfezione New York degli anni 20′.

Con questo lavoro James Gray ha aggiunto alla sua filmografia un tassello importante che unisce magnificenza, eleganza, estetica e ottima narrazione senza tralasciare i temi sociali e  unendo all’evolversi delle vicende un cambiamento verosimile dei personaggi, non solo di Ewa ma anche di Bruno che ha il volto di un grandissimo Joaquin Phoenix, che ne fanno parte chiudendo il tutto con un’immagine che da sola è il racconto visivo del finale.

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