Come prima piÙ di prima mi amerÒ: recensione documentario

UN BREVE VIAGGIO NEL SOGNO DI PLASTICA DI ALCUNE DONNE ITALIANE

Ma chi l’ha detto che la sindrome di Peter Pan colpisce solo gli uomini? Non è così, anzi, come dimostra il documentario girato da Alessandro Capitani e Stefano Grasso, Come prima più di prima mi amerò, anche molte donne si rifiutano di accettare l’età che avanza.

Se fino a qualche tempo fa erano solo gli atteggiamenti a essere sintomi, silenti o meno, della sindrome adesso, con l’uso o l’abuso di chirurgia plastica, sono i corpi, ex templi sacri, a palesare la paura di crescere e la poca voglia di invecchiare.

Nella riviera romagnola, tra Rimini e Riccione, i due cineasti prendono ad esempio alcune donne per raccontare, e farsi raccontare, i motivi che spingono loro a cambiare il proprio essere esteriore e i loro lineamenti, motivi che le spingono anche a mostrare con orgoglio il loro nuovo involucro nel concorso Miss Chirurgia Plastica.

La vena amara e la complessità dell’argomento, che tocca sfere emotive e psicologiche molto personali e private, viene trattato con ironia giocando molto sul paradosso e sulla provocazione senza per questo ridicolizzare la scelta di chi indossa una maschera perenne con fierezza e non senza dolore fisico.

Un montaggio serrato e una buona fotografia analizzano le vite di diverse donne giocando con la loro personalità, quasi mai superficiale, munite di una forza invidiabile, di un’autostima fragilissima e che sono pronta a fare di tutto per consegnarsi al mondo eternamente giovani.

Casalinghe poco sopra i trent’anni sfidano la natura e il tempo uscendone, fisicamente, vincenti.

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