La vita di Adele: dal libro al film

DAL ROMANZO GRAFICO DI JULIE MAROH AL FILM DI ABDELLATIF KECHICHE

La vita di Adele, vincitore della 66ma edizione del Festival di Cannes è nato dalla storia, rivisitata in molti punti, del romanzo grafico di Julie Maroh, Le bleu est une couleur chaude.

Vi sono moltissime differenze, come è doveroso, tra il romanzo e il film da esso trasposto e quella che salta all’occhio sin da subito riguarda il tempo della narrazione in senso stretto: la graphic novel della Maroh è tutta un ricordo, è tutta al passato. Tra le prime immagini disegnata che abbiamo vi è quella di Emma che, dopo la morte di Àdèle (che nel comic si chiama Clementine), amore della sua vita, ritrova il diario in cui la storia che aveva avuto con lei 25 anni prima è stata scritta e la rivive, facendola conoscere al lettore, rileggendola nel per sempre che non nasconde.

Nel film di Kechiche invece lo spettatore è immediatamente catapultato nella contemporaneità dei fatti che vengono narrati senza il filtro del ricordo. Da qui forse di evince che la seconda parte del titolo (Chapter 1 & 2) sottolinea che davvero il progetto cinematografico non è finito ma che forse arriveranno altri capitoli in cui la camera a spalla del cineasta seguirà dall’interno il resto della vita delle protagoniste fino ad arrivare al punto in cui il romanzo grafico ha inizio: la fine.

Quello che ha colpito più del film, nelle menti più corrotte per pura voglia di voyeurismo e in quelle più pure per realismo, sono le scene di sesso: nel romanzo grafico queste parti non mancano, e in effetti sarebbe impossibile raccontare una storia d’amore che parte dall’adolescenza e arriva ai 25 anni di chi l’ha vissuta tralasciando un elemento fondamentale dell’unione tra due persone (che siano due donne non è funzionale è solo un dato di fatto), ma certamente fanno meno scalpore disegnate piuttosto che filmate come Kechiche ha fatto inserendo nei rapporti tutta la verità e la naturalezza che il fare l’amore ha in sé.

Questo realismo però ha dato fastidio anche alla stessa scrittrice e disegnatrice del testo originale, Julie Maroh, che ha commentato, sulla sua pagina ufficiale, così il lungometraggio: ”Non conosco le fonti di informazione del realizzatore e delle attrici (che fino a prova contraria sono etero), e io non sono stata consultata. Forse qualcuno ha imitato in modo imbarazzante la possibile posizione delle loro mani, e/o mostrato loro del porno di cosiddette “lesbiche” (che raramente coglie l’attenzione del pubblico lesbico). Perché — a parte qualche passaggio — è questo che mi fa venire in mente: un’esposizione brutale e chirurgica, eccessiva e fredda, del cosiddetto sesso lesbico, che diventa porno, e mi fa star male. Soprattutto quando, nel mezzo di una sala cinematografica, tutti ridevano. Gli eteronormativi ridevano perché non capivano e trovavano la scena ridicola. I gay e i queer ridevano perché non era convincente e trovavano la scena ridicola. E tra le poche persone che non abbiamo sentito ridere vi erano ragazzi potenzialmente impegnati a riempirsi gli occhi delle loro fantasie.”

Non si può di certo dare torto, in tutto e per tutto, all’artista: in effetti in sala c’è chi ha riso e sicuramente ci sono stati uomini, o donne, che su quei dieci minuti di sesso esplicito e minuzioso hanno fantasticato ma, come spesso accade, la colpa non è di chi crea ma degli occhi di chi guarda.

Il fatto che le due attrici, Adèle Exarchopoulos e Lea Seidoux premiate eccezionalmente per la loro bravura proprio nella serata finale della kermesse francese, non siano omosessuali è un attacco privo di senso e ghettizzante per le protagoniste, per l’opera stessa e per l’omosessualità in generale.

La vie d’Àdèle è stato amato dal pubblico per il racconto, per l’immedesimazione in un sentimento al di sopra del fatto che nel caso specifico sia omosessuale, non di certo per quelle immagini, che in un film di più di due ore sono solo un inciso che funziona, che non sono affatto un’esposizione brutale e chirurgica, eccessiva e fredda, anzi.

Non vi è brutalità, chirurgia. L’eccesso è la trasposizione perfetta di una passione che non può essere altrimenti in giovane età. Non vi è freddezza ma calore, il calore umano che ha portato il lungometraggio ad essere bello come la verità.

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