Pesaro 49 – Halley: recensione film

SEBASTIAN HOFFMAN DIRIGE LA STORIA DI BETO, UNO ZOMBIE POETICAMENTE UMANO

HalleyLa cometa di Halley è una stella che, a intervalli di decine di anni passa per le regioni interne del sistema solare. Non è affatto un caso che Sebastian Hoffman abbia proprio scelto il nome di questo astro per dare il titolo al suo lungometraggio in cui il protagonista è Beto uno zombie che, giorno dopo giorno, si disfà riuscendosi comunque a barcamenare in questa condizione e addirittura a lavorare, come guardiano di una palestra di notte.

Come la cometa di Halley, che dopo essere apparsa scompare dissolvendosi nel nulla dell’occhio umano, anche Beto è condannato al suo stesso destino: il suo corpo sta cedendo alla condizione di non-vivo e la consapevolezza di questo rende le sue giornate meccaniche nonostante la voglia di rimanere al mondo sia più forte di tutto.

Ci sono molti spunti interessanti nel lavoro di Hoffman sia nella regia che si avvale di elementi estetici che possano avvicinare lo spettatore alla condizione dello zombie visivamente, sia per quanto riguarda alcuni ossimori del racconto come ad esempio il lavoro del protagonista in una palestra dove il benessere delle persone che ci vanno è in netta contrapposizione con lo stato del suo corpo. Per palesare la condizione psicologica del protagonista,  oltre che con l’ottima interpretazione di Alberto Trujillo, il cineasta messicano fa un uso massiccio delle sfocature che appesantiscono la pellicola ma allo stesso tempo avvicinano visivamente lo spettatore alle sensazioni di Beto.

Il lungometraggio è senza ombra di dubbio una dolorosa metafora horror sull’angoscia che si prova quando si perde il controllo del proprio corpo ma, oltre a questo, la sceneggiatura palesa anche, grazie all’incontro di Beto con Luly (Luly Trueba), che siamo tutti uguali anche nnanzi alla disperazione della solitudine e non solo davanti alla morte.

Il disperato attaccarsi alla vita di Beto è reso ancora più agghiacciante dal suo essere perfettamente a conoscenza di quel che gli sta per accadere. In un horror dai toni pacati ma pregno di immagini forti che voglio avvicinare il più possibile lo spettatore al personaggio e alla sua storia, a tratti sornione in una comicità cinica e leggera, Hoffman descrive l’umanità nell’interezza delle sue paure che da in prestito a un personaggio da morto sfugge alla morte consapevole di mentirsi: poche negazioni al mondo sono più vive di questa. 

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