The bay: recensione film

thumb_notizie-1BARRY LEVINSON RIADATTA IL GENERE DEL ‘FOUND-FOOTAGE’ PER UN APPASSIONANTE, QUANTO SCIOCCANTE ATTO D’ACCUSA ALLE INDUSTRIE STATUNITENSI

GENERE: Horror

USCITA: 6 giugno 2013

Raramente capita che un film horror ai giorni nostri possa affondare le proprie basi nel sociale: negli anni ’70 capostipiti del genere come Non aprite quella porta e Le colline hanno gli occhi affondavano le proprie basi su critiche potenti alla società statunitense, in cui i cosiddetti ‘reietti’ cercavano di riaffermarsi agli occhi di tutti, dopo un periodo di allontanamento. Ora ‘horror’ sembra sempre più sinonimo di ‘mero intrattenimento’, se si escludono alcuni casi come Le streghe di Salem e pochi altri. Ma anche in quei casi l’argomento della ‘società USA’ viene solamente sfiorato: è invece Barry Levinson, regista di Rain men e Bandits tra i vari, che a sorpresa decide di cimentarsi col genere horror, offrendo un personale ‘j’accuse’ alle industrie statunitensi.

Non distante dallo stile de Lo squalo e Piranha, con un pizzico di Contagion, The Bay narra del disastro causato da un virus causato in una piccola cittadina del Maryland: qui, durante le festività del 4 luglio, la gente comincerà a presentare vesciche e pustole lungo tutto il corpo, ma ciò che comincerà a mietere vittime nel giro di poche ore non è una semplice epidemia…

A metà tra il film catastrofico e il ‘creature-feature’, il film di Levinson, regista da sempre abituato a drammi da camera e a commedie di grande respiro, si inserisce a forza nel genere ‘found-footage’ consacrato da Blair Witch Project, ma a livello stilistico sembra avvicinarsi più al personalissimo film di guerra Redacted di De Palma, in cui la guerra in Iraq veniva ripresa dal punto di vista di soldati con telecamera sempre a portata di mano. In entrambe le pellicole vengono inseriti filmati tratti da Skype, dal cellulare e da trasmissioni video televisive o on-line per un evento che permette allo spettatore di catapultarsi direttamente nel mezzo degli eventi e per un attimo credere a ciò che sta vedendo: la parte più interessante riguarda senz’altro quella del militante politico che pubblica su youtube i filmati in cui mostra tonnellate di letame di pollo spostati da un’azienda agricola nell’acqua per effetti che si riveleranno disastrosi.

Ma il film se è efficace come un atto di accusa verso certe industrie che non ci pensano due volte prima di inquinare ciò che a noi sembra così innocuo –l’acqua della baia-, lo è ancora di più come film di genere: anche se privo di zombie o mostri alti due metri il film è capace di donare allo spettatore più di un salto sulla sedia, ma soprattutto è capace di comunicare una sensazione di inquietudine che dura letteralmente dalla prima all’ultima inquadratura.

Qualcuno potrà forse ribattere che l’empatia con i personaggi, visto la coralità della pellicola, è ridotta rispetto ad altri titoli: puo’ essere, ma in ogni caso non si puo’ dire di non rimanere impressionati da un titolo in cui spavento e critica sociale vanno a braccetto perfettamente per un’ora e mezza di angoscia assicurata. Per i fan del genere si tratta dunque di un’occasione imperdibile, anche se poi, come successe all’epoca de Lo squalo, questi preferiranno stare lontani dal mare per un po’…

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