Pesaro 49 – La chupilca del diablo: recensione film

ESORDIO ESTETICAMENTE SPORCO PER IL VENTIQUATTRENNE IGNACIO RODRIGUEZ

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La chupilca del diablo è un miscuglio di grappa e polvere da sparo che i soldati cileni bevevano durante la guerra del Pacifico prima di venire mandati allo sbaraglio, molto spesso prima di morire. L’effetto della bevanda era forte sui loro giovani corpi e li rendeva in grado, in pochissimo tempo, di conquistare un avamposto e in virtù di questo la nomea di eroi.Eladio è un anziano signore gravemente malato e questa condizione lo porta all’isolamento del ricordo: non ha più alcun rapporto con la sua famiglia e lo scopo della sua vita è solo quello di mandare avanti la sua piccola azienda di liquori. L’unico che tenta di riavvicinarlo alla realtà è il suo nipote più grande.

Quello che stupisce, prima di tutto, di questo lungometraggio dall’estetica sporca e totalmente funzionale alla storia che racconta è l’età del suo regista: Igracio Rodriguez a soli 24 anni è riuscito infatti a raccontare le vicende introspettive di un anziano uomo con una veridicità disarmante: il senso di vuoto, di solitudine del protagonista arriva con impatto agli occhi dello spettatore.

Interessante è anche in che modo il giovanissimo cineasta è riuscito  a polemizzare contro una società in cui il denaro la fa da padrone diventando quasi vera e propria malattia di onnipotenza.

La chupilca del diablo è un lavoro eccellente da ogni punto di vista: la dimostrazione che se si ha una storia e i giusti occhi per dirigerla è possibile dar vita a un lungometraggio d’impatto anche con una produzione alle spalle non milionaria.

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