The Lone Ranger: recensione film

IL RITORNO DISNEY PER JOHNNY “TONTO” DEPP AL FIANCO DI ARMIE HAMMER NON CONVINCE

lone rangerGENERE: storico-fantasy

USCITA IN SALA: 3 giugno 2013

VOTO: 2 su 5

Qualcosa di oscuro striscia nell’ombra. L’insidia del Windigo, spirito affamato di carne umana che approda da Tortuga fino al vecchio west, si annida negli studi della Disney e attende che la sua preda si materializzi nella polvere. Tutto semplice? Nient’affatto, l’eroe bislacco è alle porte, stavolta niente orpelli da pirata, ma una maschera nera da redentore, quel Lone Ranger senza macchia (ma molta paura) che sembra predestinato a salvare gli Stati Uniti sull’orlo dell’ennesima guerra totale contro i nativi d’America.

Al suo fianco Tonto, indiano comanche interpretato dal narratore Johnny Depp, maschera iperbolica di una scelta studiata da parte degli studios del virare sul comico come elemento chiave per raccontare storie di grandi eroi del passato, veri e caricaturali che siano. Proprio qui sta l’errore più grande, pensare sempre che la gag ad effetto per dipingere un personaggio buono aiutino il pubblico ad immedesimarsi nella sua goffagine, magari condendo tutto con una spruzzata di fantasy.

L’effetto boomerang è presto servito, spalmato su oltre due noiosissime ore, il film di Gore Verbinski si distacca in maniera totale e mal elucubrata dalle avventure di Jack Sparrow nel triangolo delle Bermuda, piazzandosi in malo modo nella massiva civilizzazione americana oltre frontiera, in cui ferrovieri senza scrupoli governavano il paese ai danni degli indigeni. Una storia vecchia come il mondo in cui, alla faccia di tanti lavoratori e ambientalisti, avventori senza scrupoli antepongono il guadagno personale al benessere collettivo.

Una morale così ingenua che farebbe cariare i denti a Charles Dickens, quest’affresco sull’epopea western non arricchisce nulla nell’immaginario popolare del 19° secolo, viene montato in maniera sincopata e spreca i talenti di cui dispone, ovvero sia la comicità prodotta delle performance strampalate del duo protagonista, sia i paesaggi da brivido, così ritoccati da sembrare finti, irreali come tutto ciò che accade sul set.

Ogni cosa appare artefatta e diluita, dall’incipit all’evoluzione del racconto, dalla regia (annoiata e pedante) agli attori, si anche loro, spaesati di fronte alla regale teatralità della Monumental Valley. Il meccanismo alla lunga si inceppa, la ricerca di un genere così ben affrontato in passato non produce l’effetto alchemico sperato, si arriva alla pura emulazione e il ricopiato su carta carbone delude.

Bisogna avere una storia importante per volerla raccontare a tutti i costi, bisogna avere il polso della situazione e la necessità di trasmettere un messaggio originale, altrimenti il risultato è un polpettone infantile che, al di là degli sbadigli, non crea alcun pathos, si gonfia e si sgonfia come il petto di un pavone, ma l’unica ruota rimane quella di un caricatore revolver girato a vuoto.

Colpo a salve e tutti a casa, il Windigo è sconfitto, ma quanta sofferenza per una sola avventura.

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