La moglie del poliziotto: recensione film

A VENEZIA 70 PHILIP GRONING SI CONCENTRA SULLA DERIVA DI UN MATRIMONIO SOLO ALL’APPARENZA PERFETTO

Ci sono sempre quei film che, specie durante i festival, cercano di accattivarsi determinate nicchie, escludendo in ogni modo il contatto con il grande pubblico. E già dalla durata (quasi tre ore) uno si chiede cosa avrà da dire il regista Philip Groning su un matrimonio e sulle vicende di una apparentemente tranquilla famiglia della provincia tedesca. Se uno ha pazienza tuttavia si accorgerà che l’autore tedesco in quell’ampio arco di tempo è capace di ricreare un’idea di cinema originale e in un certo modo ‘ghiotta’, per chi è capace di digerirla.

La moglie del poliziotto si concentra su una famiglia costituita da tre membri, il cui ‘pater familias’ è un poliziotto stimato nel suo ambiente. Ovviamente non tutto è rose e fiori come appare. Se all’inizio le apparizioni delle didascalie con i numeri dei capitoli a cui man mano assistiamo risultano piuttosto fastidiose, così come alcuni di questi contenenti alcuni secondi di immagini apparentemente senza senso, chi ha pazienza avrà modo di assistere a una parabola sulla violenza domestica, come se ne vedono poche sul grande schermo.

Vediamo la protagonista, una madre tenera e appassionata, coperta di lividi e sempre più succube del marito, insolitamente in bilico tra la figura di padre premuroso e marito violento (e perfettamente lucido). Il film si configura dunque come l’analisi costante e sagace di ciò che accade nella vita di una coppia, quando uno si lascia sopraffare dal peso del proprio lavoro e non riesce a fare una cesura tra il ruolo che dovrebbe ricoprire ‘in ufficio’ e quello che gli spetta tra le mure domestiche. Il regista Groning è capace di ricreare delle scene di grande impatto nell’arco del suo criptico e talvolta faticoso lavoro e scene in cui il marito prende a schiaffi la moglie si alternano con quelle di un padre che gioca con la figlia ai videogiochi e scherza con lei quando la trova vestita da ufficiale di polizia. Non mancano poi momenti di puro surrealismo in cui i membri della famiglia guardano in macchina per cantare strofe di filastrocche infantili, in momenti che a primo impatto potrebbero sembrare leggeri, ma rendono ancora più cupo il ritratto che Groning fa della famiglia tedesca.

Restano molti interrogativi usciti dalla sala e uno non sa come reagire di fronte a un’opera che per la sua prima ora spingeva quasi a lasciar la sala: si tratta comunque di un dramma familiare che lascerà il segno, almeno al Lido, lasciando spazio a controversie e a interminabili discussioni tra cinefili. Non sarà il migliore del concorso, ma già l’idea che molti l’abbiano distrutto la dice lunga sullo sguardo estremo di Groning, non tanto distante dallo stile glaciale e chirurgico di un (ex?) maestro come Haneke.

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