Il terzo tempo: recensione film

L’ESORDIO DI ARTALE PECCA DI SUPERFICIALITA’ PARTENDO DA UNO SPUNTO NOTEVOLE

il_terzo_tempo_locandinaGENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 21 novembre

DURATA: 94′

VOTO: 3

La palla va passata indietro, si vince quando anche l’ultimo uomo arriva alla meta, o almeno il più arretrato, evitando i placcaggi.  Con questa filosofia, applicata ad una morale spicciola che Enrico Maria Artale ci parla di rugby come metafora di riscatto sociale nel film Il terzo tempo. Snocciolando il racconto di un minore in semi libertà, un ragazzone confuso e rissoso che trova nei principi dello sport una disciplina da seguire.

Con dedizione, uno sfogo sul campo e una sterzata feroce ed agonistica alla sua esistenza finora distratta, quasi passeggera. Nel portarlo in scena regia e sceneggiatura però non trovano escamotage migliore di una sequela prevedibile di meccanismi narrativi che alla lunga stancano proprio per la loro superficialità.

Spunto lodevole quindi, ma risultato incompleto per quello che è comunque un lavoro da segnalare nel parco misto di esordiente da Festival. Gli attori ci mettono poco del loro per dare energia ad uno script didascalico, quello che rende però omogenea la storia è prettamente la valenza socia che accompagna il protagonista lungo la sua parabola di purificazione.

Non importa che poi il sentimento banalizzi il processo di transizione, non interessa che regole infrante siano perdonate in un lampo e la veridicità venga sacrificata sull’altare del buonismo, per la produzione l’importante è dare un segnale di speranza e, con dedizione da romanzieri, cominciare a giocare. Palla indietro, si corre insieme.

 

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