Anni Felici: pro e contro

LA REDAZIONE SI DIVIDE SULL’ULTIMO FILM DI DANIELE LUCHETTI CON KIM ROSSI STUART E MICAELA RAMAZZOTTI

Guido e Serena sono una coppia tormentata che consuma la propria relazione nella Roma della metà degli anni ’70. Aspirante artista d’avanguardia, Guido si sente imprigionato in una famiglia che definisce borghese, mentre la moglie Serena lo ama appassionatamente. I due figli si trovano così a fare i conti con i continui alti e bassi di una famiglia tutto sommato felice nella sua instabilità. In seguito all’ennesimo fallimento artistico di Guido e ad un viaggio di evasione in Francia di Serena si giunge ad un momento di rottura. La coppia si separa e Guido sembra risentirne maggiormente. Ma il raggiungimento, improvviso quanto inaspettato, di un successo artistico, sembra aprirlo verso un periodo di serenità.

IL FILM MANTIENE LO STILE DI LUCHETTI?

SANDRA: In Anni Felici l’estetica registica propria di Luchetti non viene intaccata, anzi, l’uso dei filmati di famiglia in super 8 e i dialoghi fuori fuoco sono un’aggiunta interessante e anticonvenzionale rispetto allo stile a cui il regista ci aveva abituati. La fragilità della pellicola non sta, quindi, in un peggioramento del suo uso della macchina da presa ma nella narrazione della storia che presume di essere anticonvenzionale ma assolutamente non lo è.

SIMONE: A mio parere si, pur distaccandosi dal suo più recente passato, da cui non è riuscito a portare lo stesso graffio penetrante, il suo sguardo si posa delicato su una famiglia di una normalità anormale, di una disarmante complessità nei suoi rapporti umani, così facile da decifrare, cosi difficile da mantenere intatta. La storia dei suoi anni felici, fatti di sofferenza, malinconia ma anche un amore sconfinato e una gioia di esistere rari da inquadrare in camera.

RISPETTA I CANONI DELLA COMMEDIA ITALIANA?

SM: Il film è una dramedy e non di certo una commedia. Il titolo originale, e più coraggioso del lungometraggio doveva essere Storia mitica della mia famiglia e, pur essendo cambiato non ha tolto quel velo di malinconia e di emozione proprio di un film autobiografico e nel tentativo di sdrammatizzare il ricordo, Luchetti ha dato vita a un ibrido dal sapore del filmino delle vacanze che, spesso, ci è toccato vedere a casa di amici senza voglia.

SB: Agrodolce. Questo termine rende meglio in inglese, bittersweet, per rimarcare quella sottilissima linea che separa il dramma dalla commedia, dove ogni sfumatura rimanda ad un ulteriore piano di lettura, da un livello prettamente artistico e concettuale ad uno diretto e conciso. Luchetti riesce nell’intento di rispettare quei canoni che così bene in passato il nostro paese rispecchiava in interpreti come Manfredi per dirne uno.

LO CONSIGLIERESTI?

SM: Non si può non consigliare un film di Luchetti che, nonostante questo suo ultimo fragile lavoro, è comunque tra i migliori registi italiani. Quindi lo consiglio, ma in homevideo…

SB: Decisamente si, perchè alla resa dei conti il messaggio è di grande speranza, anche laddove le difficoltà sembrano insuperabili e le strade possano prendere percorsi differenti, il sentimento non svanisce così facilmente. Si radica potente nella nostra eredità genetica. Gli anni più felici della Nostra vita.

 

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