Il Quinto Potere: recensione film

ASSANGE DISEGNATO FRETTOLOSAMENTE E SENZA APPEAL DRAMMATICO, NONOSTANTE CUMBERBATCH 

locandina il quinto potereGENERE: drammatico

USCITA IN SALA: 24 ottobre 2013

DURATA:  129 minuti

VOTO: 2 su 5

C’è bisogno di tempo per digerire una storia, assimilarla e farla propria con la dovuta attenzione del caso. Per elaborarla a livello cinematografico e renderla un copione credibile, cosa che non accade ne Il quinto potere, parabola fulminante di quel Julian Assange assai famoso per il suo Wikileaks.

Un fenomeno globale che nell’ultimo quinquennio ha coinvolto e svonvolto le super potenze internazionali, Stati Uniti in testa, che hanno fatto i conti con la fuga di notizie riservate (il caso Snowden ultima goccia), classificate come top secret, atti meschini di una guerra senza onore. Il quinto potere massmediale in questo caso sarebbe il sesto, l’evoluzione digitale della verità manipolata, The Fifth Estate il titolo originale.

Opera di dichiarato intento romanzato su fatti accaduti realmente, tanto da far intervenire il vero Assange e conclusione del capitolo, che ha inveito contro Hollywood per volerlo screditare (d’altronde il Cinema americano guarda alla nazione come un industria da cui trarre profitto), salvando il protagonista Benedict Cumberbatch come unica nota lieta del film. L’attore ha apprezzato, ormai camaleontico e uno dei migliori su piazza.

Ma da sola, la sua prova, non basta a salvare un film monocorde e senz’anima, a cui manca il ruggito indignato di una situazione vergognosa, in cui si considera alto tradimento la diffusione via web di materiale altamente riservato, nascosto perchè imbarazzante agli occhi di quell’opinione pubblica a cui interessa l’argomento. Serviva più tempo, per addentrarsi nella complessità della situazione e non fare un lavoro frettoloso senza capo ne coda.

Si vocifera che Alan Sorkin (autore di The Newsroom) ne stia già adattando una nuova versione, di versioni sul caso ce ne sono a bizzeffe, il materiale mancante è l’impatto cinematografico, l’assenza di pathos, l’eccesso di retorica di basso livello nei confronti del personaggio Assange, quel biondo protagonista affiancato dai suoi “scudieri” che ricorda un primo Jobs, pioniere del pieno utilizzo della rete quale strumento, anzi arma di diffusione di massa.

A conti fatti la pellicola annoia a morte e, creando una finta tensione narrativa tra scelta di dovere e scelta patriottica, riesce nell’unico intento di allontanarsi ciò che invece di importante la controcultura cibernetica vuole portare alla luce: la verità. Questo va scritto anche su Wikileaks, che tutti lo sappiamo, produttori senza senso compresi.  

 

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