Still life: recensione film

CON STILL LIFE UMBERTO PASOLINI NARRA UN PERSONAGGIO STRAORDINARIO UN MODERNO FOSCOLO CHE VIVE TRA I MORTI CEDENDO, POI, ALLA VITA

still lifeGENERE: drammatico

DURATA: 87’

DATA DI USCITA: 12 dicembre

VOTO: 4 su 5

Nella sua indimenticabile canzone Il Testamento Fabrizio De Andrè ha scritto una grandissima verità: quando si muore si muore soli. Ed è su questa grande realtà che Umberto Pasolini fonda il suo secondo lungometraggio Still Life.

John May è un funzionario comunale che si occupa della ricerca dei parenti delle persone decedute in solitudine mettendo nel suo lavoro una devozione totale e con una sensibilità che va oltre le sue mansioni occupandosi dei funerali nel modo più consono e legato possibile alla persona. La vita di John viene messa in discussione da un ridimensionamento del personale del suo ufficio e al conseguente licenziamento dell’uomo che comunque chiede al suo superiore dei giorni per concludere la pratica di Billy Stoke un vecchio uomo alcolizzato che ha avuto una figlia. Proprio grazie a questo ultimo caso John, nel paradosso che a volte il caso regala, conosce la vita.

Morto tra i morti John May vive per ricomporre la storia di qualcun altro e dando una mano nel passaggio tra questa e l’altra esistenza sconosciuta a tutti noi. Un personaggio che Pasolini segue con grazia e poesia che ha in sé il dono della pietas nei confronti di chi è stato dimenticato.

Poetico come raramente accade a un film di matrice italiana Still Life è una piccola epopea sulla solitudine che sfiora anche i tempi di crisi raccontandoli con grazia senza mai alzare i toni cauti del lungometraggio e del suo protagonista. L’ottimo interprete della pellicola Eddie Marsan porta sulle sue spalle la lenta quotidianità, poi spezzata dal fragore degli eventi, di un uomo che si lascia vivere senza vivere mai fino a quando il destino dal volto di donna non lo obbliga ad aprirsi ai sentimenti.

Jonh May è quasi un moderno Ugo Foscolo che mette in atto gli insegnamenti Dei sepolcri rispondendo alla domanda: all’ombra de’ cipressi e dentro l’urne | confortate di pianto è forse il sonno | della morte men duro?. Salvo poi aprirsi, finalmente, alla vita.

 

 

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