Un boss in salotto: recensione film

PAOLO MINIERO CON UN BOSS IN SALOTTO RIPRENDE IL FILONE DELL’INCONTRO/SCONTRO TRA NORD E SUD PUNTANDO AI BUONI E FAMILIARI SENTIMENTI

Un boss in salottoGENERE: commedia

DATA DI USCITA: 1 gennaio

DURATA: 90’

VOTO: 3 su 5

I divertenti scontri/incontri tra nord e sud sono stati pane per la cinematografia di Luca Miniero dopo il sodalizio artistico con Paolo Genovese che l’ha portato nell’olimpo della commedia all’italiana genuina e delicata in cui il regista è stato consacrato, anche grazie all’ottimo seguito di pubblico, con i suoi due lungometraggi Benvenuti al sud e Benvenuti al nord.

Il cineasta, a due anni dal suo ultimo lavoro, torna sul grande schermo proprio nel primo giorno del 2014 aprendo una stagione che, nonostante tutto, sembra ricca di novità (e di soliti noti) per il cinema italiano, nella speranza che questo valga anche per i suoi contenuti.

Con Un boss in salotto Miniero dirige un racconto che sconvolge la vita della meridionale Cristina (Paola Cortellesi) la quale, dopo essere riuscita a trasferirsi in un piccolo centro del nord con suo marito Michele Coso (Luca Argentero) e i due figli, si ritrova a dover ospitare nella sua perfetta quotidianità suo fratello Ciro (Rocco Papaleo) agli arresti domiciliari per essere invischiato in camorristici affari.

Ancora una volta i luoghi (anche comuni) d’Italia caratterizzanti l’eterna lotta tra nord e sud sono il palcoscenico della terza commedia da solista di Miniero ma in Un boss in salotto ritroviamo anche quel concetto di famiglia nonostante tutto che è stato già trattato dal regista in uno dei suoi lungometraggi co-diretti con Genovese, Incantesimo napoletano, loro film d’esordio: la calma che porta alla rasente perfezione dell’agognata vita settentrionale di Carla viene infatti stravolta dall’arrivo di Ciro e, benché siano 15 anni che non vede il suo immorale fratello, la donna accetta comunque di dargli ospitalità per gli arresti riportando così in auge quel concetto di legame di sangue che va ben oltre il tempo, il giudizio e la convenienza.

Il lungometraggio è totalmente letto dalla dicotomia tra il personaggio di Paola Cortellesi, perbene e perbenista moglie e madre, e quello interpretato da Rocco Papaleo, boss volutamente macchiettistico e fuori dagli schermi, mattatore assoluto della scena.

I buoni sentimenti, anche nelle parti più divertenti e tendenziosamente ciniche, sono sempre al centro della commedia che regala comunque momenti di ottima comicità tenuti in piedi da un buon ritmo e da una delicatezza espressiva che ogni tanto fa bene al nostro cinema dove vige, spesso, la legge che la risata più sguaiata nata da una volgare battuta sia quella vincente.

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