Fermoimmagine: Flash Gordon, il cinecomic degli anni 30

TORNANDO INDIETRO NEL TEMPO TROVIAMO GLI ANTENATI DEI SUPEREROI DEL CINEMA MODERNO 

Il fenomeno dei cinecomics a Hollywood non sembra così recente se si pensa che già nel 1936 la Universal Pictures aveva sfruttato il famosissimo fumetto di Alex Raymond per realizzare un serial cinematografico. Rispetto al proliferare di sequel e reboot, produrre un serial risultava molto più semplice, ma non meno redditizio: un unico film veniva diviso in tredici episodi da venti minuti l’uno, che venivano poi proiettati uno alla volta per un’intera settimana, sempre nelle stesse sale. A garantire il ritorno del pubblico la settimana successiva bastava il finale aperto, un cliffhanger che chiudeva anche tutte le tavole del fumetto.

L’espediente non era nuovo per l’epoca, ma Flash Gordon si distinse da ogni precedente: a differenza dei film basati su sceneggiature originali, che finivano per ricorrere a infiniti e sempre più scontati trucchi per tenere viva l’attenzione del pubblico, Flash poteva contare su due anni di storie tratte dall’omonimo fumetto. Gli episodi seguivano fedelmente le avventure cartacee dell’eroe, portando sullo schermo personaggi già amati da migliaia di lettori (l’unica licenza che la produzione si permise fu quella di rendere Dale bionda, poichè le leggi di Hollywood non ammettevano eroine brune).

Per il ruolo di Flash venne scelto l’atleta olimpico Larry “Buster” Crabbe, l’unico attore ad aver interpretato tutti i personaggi dei fumetti più celebri degli anni Trenta (Tarzan, Flash Gordon e Buck Rogers), e insieme a lui recitarono Jean Rogers, nel ruolo di Dale Arden, e Charles B. Middleton. Quest’ultimo, come imperatore Ming, rimase per sempre legato nella memoria degli spettatori a quel personaggio, pur avendo collaborato nel corso della sua carriera a più di duecento film.

Sul serial fiorirono voci di un altissimo budget ma, poichè l’Universal era pur sempre specializzata in film di serie B, venne adottata una strategia “al risparmio”. Gli elementi riciclati da altri film infatti abbondano: le attrezzature di laboratorio arrivano dal set di The Bride of Frankenstein (1935) e la navicella spaziale del dottor Zarcov dal film Just Imagine (1930). Una scena di ballo è prelevata da The Midnight Sun (1927), mentre le immagini del pianeta Terra dallo spazio sono tratte da The Invisible Ray (1936). Non fa eccezione la colonna sonora, che si presenta come un collage ricavato dal miglior repertorio horror della casa di produzione.

Il risultato finale, nonostante lo spiegamento di mezzi e il budget piuttosto alto, può sembrare ridicolo agli occhi dello spettatore moderno, ma per le platee degli anni Trenta doveva costituire una visione avveniristica. Il tema del viaggio nello spazio permise alla Universal di stupire il pubblico già dal primo episodio: la navicella lanciata nello spazio da piccole scintille e manovrata grazie a un filo su un fondale trasparente, risulta tanto ingenua quanto stupefacente se si pensa che rappresenta uno dei primi tentativi nel campo della science-fiction. Sull’esotico pianeta alieno poi, gli effetti speciali si sprecano, con lucertole ingrandite attraverso la lente come mostri preistorici e riflettori spacciati come raggi mortali.

Il film divenne un fenomeno di culto per un’intera generazione e, tra i ragazzini cresciuti guardando gli episodi di Flash Gordon, occorre ricordare almeno George Lucas. Una volta cresciuto Lucas cercò addirittura di produrre una propria serie di film su Flash, ma non riuscì a comprare i diritti. Decise allora di creare una saga originale, ispirata ai vecchi serial e ambientata nello spazio. La intitolò Star Wars.

 

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