La gente che sta bene: recensione film

IRONIA DAI TONI DARK NEL RACCONTARE  LA MILANO CHE STA BENE IN TEMPI DI CRISI

la gente che sta bene locandina filmGENERE: commedia

USCITA IN SALA: 30 gennaio

DURATA : 105’

VOTO: 2,8 su 5

Sarcasmo, ironia e toni grigio scuri sin dal titolo del nuovo film di Francesco Patierno  La Gente Che Sta Bene. La gente in questo film non sta bene affatto, una società che vive dentro una bolla di sapone fatta  di pieghe perfette ai pantaloni, feste mondane, da visi cerati di falsi sorrisi e soldi sporchi e vigliacchi di quella categoria in giacca e cravatta che pensa di avere il mondo in tasca e una segretaria sempre disposta a fissare i loro appuntamenti.

Siamo nella Milano odierna, quella Milano dove la crisi c’è ma non si vede o meglio, non tutti la vedevo se non sui giornali. Quella Milano che chiude la porta della lussuosa casa in centro e lascia il mondo fuori, quello stesso mondo che con le tasse in aumento, la precarietà, la mancanza di lavoro deve prenderci un appuntamento tutti i giorni e senza una segretaria a disposizione. Umberto Maria Durloni(Claudio Bisio) è un avvocato,  uno di quelli che sta bene, bella casa, bella moglie, ottimo lavoro, successo. Uno di quelli da invidiare. Cinico, borioso e pieno di sé, senza scrupoli e incapace di perdere. La sua vita privata è unita al lavoro, sembra lo stesso contratto da rispettare, nessuna variazione. All’apice della sua carriere si ritrova a dover fare i conti  con la realtà,  la stessa che ti licenzia dopo venti anni. Eppure l’avvocato Durloni risale e lo fa con astuzia e quell’ironia che  impedisce allo spettatore di odiare il personaggio tanto cinico. Tra nuovi contratti di lavoro, tradimenti, lontananze e uomini senza scrupoli l’avvocato troverà se stesso e un diverso modo di stare al mondo.

Una commedia, questa di Francesco Patierno,  dai toni meno leggeri della commedia all’italiana e dallo sfondo più dark e drammatico. Ovviamente non mancano le risate e l’ironia,  ma tutto è velato da una sottile patina di tristezze e cinismo che fa riflettere e nascondere un sorriso amaro.  Il tema che attanaglia ormai il Bel Paese è quello della crisi ma il regista decide di riportarlo sotto un’altra veste, vuole mostrare la crisi come un orologio al polso di quelli che stanno bene, di chi legge il titolo sul giornale e si fa una risata. La storia, ripresa dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo,  sembra stare sempre sul filo del rasoio di una società che è protetta dalla finzione di un’enorme teca di vetro. Quello che meno convince è il solito buonismo finale della serie “tutto bene quel che finisce bene”.

Per una pellicola così cinicamente reale ci si aspettava la verità fino in fondo, la gente che sta bene non cambia, non evolve e certamente non si sposta dall’altra parte della barricata, dalla teca di vetro è più facile entrare che uscire. L’eccezione che conferma la regola, questo è l’avvocato Durloni e noi facciamo finta di crederci.

 

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