The Wolf of Wall Street: recensione film

SCORSESE E DI CAPRIO ANCORA INSIEME IN UN PAMPLETH SULL’EDONISMO DEL DIO DENARO 

locandina wolf of wall streetGENERE: commedia-dramma

USCITA IN SALA: 23 gennaio 2014

DURATA: 180 minuti

VOTO: 4,5 su 5

Wolfie lo chiamavano, il lupo di Wall Street, l’unico posto al mondo dove a cavallo tra gli anni 80 e 90 del ventesimo secolo il denaro era la droga più potente al mondo. Un faro di speranza per molti, un obiettivo a cui sacrificarsi ad ogni costo per altri, una virtù fuori controllo per il resto di coloro che ancora oggi vengono considerati yuppies.

Jordan Belfort era uno di loro e Martin Scorsese ha ripreso in pieno le parole di una bibbia sul narcisismo sfrenato, la biografia di Belfort e ne ha raccontato le gesta puntando sulla regale follia del brillante protagonista e su un copione spalmato su tre ore di puro godimento narrativo.

Per farlo, per mettere in scena un teatro degli eccessi di tale livello, ha avuto bisogno di due cose e la prima era un produttore in grado di assicurargli la versione integrale del “suo” The Wolf of Wall Street.

La seconda, essenziale, un interprete poliedrico, capace di dare voce, volto, occhi e meraviglia ad un personaggio complesso, comico e drammatico al contempo, un uomo che incarnava al contempo i sogni di un giovane ragazzo rampante e la depravazione edonistica di una figura alla deriva personale. Li ha trovati entrambi, ma il secondo passa alla storia forse per la sua migliore interpretazione in 40 anni di età anagrafica: applausi a scena aperta per Leonardo Di Caprio.

Oramai il suo pupillo, a tal punto che lo stesso Leo ha ringraziato il regista italo-americano per il suo “mentoring”, fonte di ispirazione per una intera generazione di attori e autori sparsi nel mondo che solo ad Hollywood poteva esprimere il suo talento. Probabilmente questo film è il suo testamento degli anni 2000, un pampleth completo (seppur rivedibile in fase di “taglia e cuci”) e viscerale sul delirio di onnipotenza generato dal soldo, valanghe di soldi, montagne di bigliettoni verdi, quei sacri dollari che dalla borsa di New York scendevano a palate su abili brokers.

Jordan Belfort era uno di loro, persona capace di diventare multi-bilionario a soli 26, grazie ad estro, furbizia, competenza e qualche truffa ben assestata, o meglio, riciclaggio di denaro e altre attività illecite per coprire i suoi numerosi investimenti che tornavano nelle tasche della società da lui fondata e controllata: la Stratton Oakmont, oasi per investitori, macchina da soldi per il resto d’America.

Mago della finanza, consumatore onnivoro di droghe, ha avuto tutto, donne di altissimo livello, yacht, elicotteri e per una decade una vita al di sopra dell’Olimpo. Poi, qualche milione di miliardi dopo, all’apice del suo narcisismo fruttifero, l’FBI cominciò ad interessarsi a lui. Ritmo cadenzato da performance di alto livello per i comprimari del Di Caprio mattatore (come il compare Jonah Hill), dialoghi in salsa tarantiniana e l’accento calcato da lunghe carrellate su tutte, ma proprio tutte le ipocrisie di quegli anni.

Che valgono ancora oggi e sono un monito a ricercare la felicità in maniera differente. Come vuole spiegarci uno Scorsese in spolvero giovanile, insieme con il suo sceneggiatore di fiducia Terence Winter.  In fondo si vive una volta sola, ma la vera ricchezza sta nel branco, un lupo solo, anche se incarna la leggendaria figura di Wall Street, può morire di fame. Il controllo si perde facilmente e di solo ingegno non si vive. Cult.

 

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