Berlinale 64 – Aloft: recensione film (in concorso)

BORIOSO E PROLISSO ALOFT SPRECA LA BUONA REGIA E LA BELLA FOTOGRAFIA DI CLAUDIA LLOSA

Una splendida fotografia e un’ottima regia seppur fondamentali per la riuscita di una pellicola di certo non bastano a far sì che un lungometraggio sia eccelso. La storia, in primis, è importante specialmente quando un cineasta è pienamente consapevole delle sue capacità tanto da tralasciare il fondamentale mordente per lasciarsi andare a una narrazione funzionale alle sue capacità senza tener minimamente conto di un pubblico che non ha bisogno unicamente di una splendida carrellata di paesaggi per entrare nel cuore degli eventi che accadono sul grande schermo.

L’errore di non voler, o non riuscire, a empatizzare con il pubblico è quello principale della regista Claudia Llosa, Orso d’Oro alla Berlinale numero 59 con il film The Milk of Sorrow, che con il suo ultimo lavoro Aloft racconta la storia di Nana (Jennifer Connelly) una donna con due figli piccoli uno dei quali affetti da una rara malattia. La follia e la disperazione prendono il sopravvento sulla protagonista che per curare suo figlio si rivolge a un santone, salvo poi scoprire di essere lei stessa portatrice di strani poteri. La magia che la donna si ritrova tra le mani viene condivisa con gli altri facendo sì Nana tralasci la cura dei suoi due bambini. Le conseguenze di questa scelta saranno catastrofiche.

Pur forte di un racconto armonioso la cineasta sudamericana dipinge, nei suoi panorami immortalati in ogni stagione, una storia dove è la noia a prendere il sopravvento sulla lapalissiana bellezza delle immagini.

Il melodramma che la pellicola racconta vive di lentezza spezzata, di tanto in tanto, da esagerate scene che toccano l’isteria e che vogliono puntare sul facile sentimentalismo dello spettatore corrotto, però, dal lento andare degli eventi tanto da essere assuefatto al nulla che accade sullo schermo per accorgersi delle punte di alta recitazione che i bravi attori toccano per poterle apprezzare come si dovrebbe.

Il sapore di The tree of life di Malik si sente in molti passaggi ed è palese che la la Llosa abbia voluto fare un silente omaggio mal gestito ed eccessivamente presuntuoso al suo beneamato collega.

Il risultato, però, sembra essere unicamente prolisso e borioso ed è un peccato perché Claudia Llosa gli occhi per guardare il mondo che le gira intorno li ha. Ma non ha, almeno stando al risultato di Aloft, la capacità di raccontarlo.

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