Felice chi è Diverso: intervista con Gianni Amelio

FELICE CHI E’ DIVERSO, GIANNI AMELIO :‹‹ VORREI CHE NON CI FOSSE LA PAROLA GAY A CEMENTIFICARE UNA DIFFERENZA CHE, COME DIFFERENZA, DEVE RIMANERE TALE››

‹‹Nello sviluppo del mio individuo, della diversità, sono stato precocissimo; e non mi è successo, come a Gide, di gridare d’un tratto “Sono diverso dagli altri” con angosce inaspettate; io l’ho sempre saputo» P.Pasolini 1964.

Ma cosa vuol dire essere diversi? Oggi nella nostra società culturalmente e fisicamente omologata il termine diverso viene scansato come la peste. Ci insegnano sin da piccoli ad essere tutti uguali, nessuna differenza, nei gesti, nell’abbigliamento e nel modo di pensare e di essere liberi. Non importa se tutto ciò sia solo una finzione, non importa  se questa uguaglianza sia la più grossa menzogna che ci portiamo dietro da secoli, quello che conta è riconoscersi, specchiarsi nel ghiaccio di questa società e vederci uguali agli altri,  per non sentirci soli. Il documentario del regista nostrano Gianni Amelio, Felice chi è diverso, sottolinea questa diversità esplorando,  con gli occhi di chi la ha vissuta e la vive,  l’omosessualità. Testimonianze reali  ripercorrono l’Italia del mondo omosessuale dall’inizio del secolo fino agli anni ’80. A parlare sono dei diversi che hanno dovuto combattere con questa etichetta ogni giorno, un’etichetta affibbiatagli non solo dalla famiglia, ma dalla società intera. Si preferiva alle volte nascondersi pur di non uscire allo scoperto, si preferiva ghettizzarsi in un ghetto ancora più chiuso e protetto di quello comune. I volti di Felice chi è diverso sono persone anziane che con un moto di ricordi riportano la realtà dei fatti, la loro esperienza, le loro emozioni. Non manca certo uno sguardo al futuro, a quella società odierna che fa finta di cementare la diversità per creare un irreale universo di manichini.

Il progetto di questo documentario ha alle spalle una gestazione?

Tutto è successo a Venezia quando presi il Premio Bianchi. Volevo parlare dell’omosessualità vista dai media. Ho fatto delle ricerche, ma le notizie sono poche sull’argomento. Pensavo per esempio che solo durante il fascismo ci fosse una censura imposta dai piani alti, ma questa è proseguita fino agli anni ’70.

Quale è stata la scoperta fondamentale fatta in Felice chi è diverso? 

L’acqua calda (sorride il regista)! Se parliamo di affettività siamo tutti uguali, gay, lesbiche ed etero, dobbiamo partire da qui per fare chiarezza.

Come ha scelto i protagonisti,  che sappiamo non essere attori?

Prima di tutto devo dire che il budget a disposizione per il film è vergognoso, pensate solo che le ore di girato sono 48. Ho incontrato delle persone tramite amici, ho ascoltato le loro storie e cercato di fare un punto della situazione. Solo due testimonianze sono rimaste fuori ma verranno introdotte nel dvd.

Può considerare la sua scelta un atto politico?

Io spero lo sia. Da parte mia c’è una partecipazione talmente forte che senza volerlo ho scavato dentro di me. Ci sono momenti che mi hanno emozionato e storie che mi hanno toccato.

Quali sono stati i suoi intenti nel realizzare questo documentario?

Vorrei che non ci fosse la parola gay a cementificare una differenza che, come differenza,  deve rimanere tale.

L’ultima testimonianza del suo documentario è quella di un ragazzo giovane, possiamo dire che ciò rappresenti uno sguardo verso il futuro?

Dopo  aver scelto i racconti ho pensato che fosse necessario puntare l’attenzione su cosa accade oggi. Credo che questa mia scelta sia un ponte verso il futuro. Non è stato facile trovare un ragazzo giovane non esibizionista. I giovani di oggi hanno presente un’immagine di liberazione che poi non è tale, questo è il rischio che corrono. Bisogna combattere con se stessi per amare una persona dello stesso sesso, bisogna autoimparare ad essere individui che sanno amare.

Come ha vissuto lei la morte di Pasolini, di cui parla anche in F elice chi è diverso?

Preferisco parlare di Pasolini in vita, sempre.

 

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