Berlinale 64 – Macondo: recensione film (in Concorso)

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MACONDO DI SUDABEH MORTEZAI RACCONTA CON DOLCEZZA IL DRAMMA DI UN BAMBINO DALL’INFANZIA DISTRUTTA

La durezza della vita si manifesta fin da bambini quando, per diversi motivi, si devono affrontare più luci che ombre, più lacrime che giochi e, l’infanzia, si annulla quando invece dovrebbe essere la cosa più importante da preservare, così da poter raccogliere attimi che accompagnano l’anima fino alla fine dei giorni; l’essere bambino è il diritto imprescindibile di ogni essere umano, la crescita, poi, ne è l’ideale percorso, il giusto cammino che, si spera, abbia delle solide basi. Purtroppo non è sempre cosi, anzi, molto spesso, l’età della spensieratezza è negata, distrutta, interrotta e, con il passare del tempo, gli strascichi di un’infanzia compromessa sono drammatici, irrecuperabili.

Succede questo dietro il Danubio, un villaggio intero formato da baracche e lamiere, quasi tremila rifugiati chiedono l’asilo e, tra loro, c’è Ramasan, un bambino di undici anni proveniente dalla Cecenia, con lui anche sua madre e le due sorelline. Ramasan non ha il padre e il nucleo famigliare si basa tutto su di lui, rassetta la casa e si prende cura di sua madre. Il villaggio però viene turbato dall’arrivo di Isa, un vecchio conoscente del padre di Ramasan e, così, per lui e gli altri abitanti si prospetta un futuro diverso.

Macondo, diretto da Sudabeh Mortezai, parla proprio dell’infanzia distrutta di un ragazzo gettato nell’ottusa  divisione tra gli ideali di un contemporaneo mondo e la realtà dura e drammatica delle cose. La pellicola, tenera e mai invasiva, dolce e sognante, resta discretamente vicino al giovane protagonista, un bambino che si ritrova ad affrontare e sorreggere un mondo troppo grande, pericolosamente letale per i sogni colorati che dovrebbe possedere e costruire, giorno dopo giorno, un futuro all’altezza della gioia che insegue. Macondo è una fiaba moderna che cerca risposte in un tempo dilatato e grigio, osservando la vita al di là di un muro che non si riesce ad abbattere, aspettando caparbiamente una mano da stringere, una felicità impossibile o, più semplicemente,  un giocattolo da costruire.

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