Berlinale 64 – Praida do Futuro: recensione film (in Concorso)

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UN MOVIMENTO CICLICO CHE TORNA SEMPRE AL PUNTO DI PARTENZA SENZA MAI UNA VERA CONCLUSIONE

C’è una spiaggia deserta, un mare che alza la voce con onde cariche di schiuma e una vita da salvare. Tutto è troppo veloce, braccia nuotano e cercano salvezza. L’acqua mangia ogni cosa e porta in fondo, buio, non resta altro, solo buio. Praia do Futuro mette in un grosso calderone tante emozioni, che a volte nemmeno si distinguono bene l’una dell’altra. Le storie iniziano e finiscono su questa spiaggia brasiliana come se tutto avesse un movimento ciclico, che necessariamente riconduce al punto di partenza. Korim Ainouz, nella sua Praia do Futuro, punta l’attenzione sull’abbandono e lo fa da diversi punti di vista: la morte, l’abbandono della persona amata, il lasciare la propria casa, le origini e i propri cari. Tutto nasce e tutto muore nella stessa spiaggia.

La pellicola, a tratti intima e riservata, non riesce però del tutto a coinvolgere lo spettatore, sembra sempre che manchi qualcosa e che il vero motivo sia troppo lontano per essere afferrato. Una storia d’amore omosessuale, nata dopo una tragedia, si tramuta nella voglia di riscoprire se stessi e le proprie abitudini. Dalla calda spiaggia si arriva alla grigia Berlino, uno spostamento che diviene un vero e proprio abbandono. Il protagonista, spinto inizialmente dalla passione, lascia la sua Praia do Futuro per immergersi in una nuova vita. Il passato di Donato tornerà a cercarlo con il volte del fratello, ormai grande e deluso dalla vita. Il film inizialmente sembra ben costruito, ma andando avanti si prende tra la modernità dei palazzi berlinesi.

Il regista ha calcato la mano su troppe tematiche finendo per non approfondirne nessuna. Tutto ciò che accade all’inizio non viene risolto nel finale, un lungo discorso lascia il beneficio del dubbio portando su di un piano puramente emotivo il racconto. Grossi temi vengono smorzati solo da un po’ d’acqua, bagnando quel poco di buono che c’era. Il vento scorre tra i capelli e due moto corrono veloci. Il racconto, come questo vento, lascia il tempo che trova alzando qualche granello di sabbia che va nell’occhio dello spettatore infastidendolo.

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