Berlinale 64 – Boyhood: intervista a Richard Linklater

“IL PROGETTO DI BOYHOOD HA CARPITO I MOMENTI CHE RENDEVANO LA FAMIGLIA PROTAGONISTA NORMALE E ALLO STESSO TEMPO STRAORDINARIA”

Conclusa la Before trilogy, Richard Linklater torna, a un anno di distanza, in quel della Berlinale con un film che gli è costato 12 anni di lavorazione. Boyhood è un lungo racconto di formazione che gira attorno alla fanciullezza del protagonista e di tutti gli affetti che gli girano attorno.

Richard, come è nato questo progetto lungo 12 anni?

Avevo l’architettura di tutto il film in mente sin dall’inizio. Ogni segmento doveva rappresentare un momento della crescita del protagonista e un frammento della vita di questa famiglia e carpire i momenti che la rendevano allo stesso tempo normale e straordinaria.

La musica ha un ruolo importante nel film, specialmente per quanto riguarda il passaggio da un’epoca storica ad un’altra…

Ho scelto la colonna sonora in base alle epoche storiche in cui si svolge il film, riflette la cultura e le fasi della crescita dei ragazzi. Di sicuro è stata una drelle parti più divertenti.

Il film copre un periodo molto lungo, addirittura 12 anni. Come è stata affrontata la crescita degli attori ed il conseguente cambiamento fisico?

Non gli ho mai detto cosa fare della loro vita, se tagliarsi i capelli o meno e simili, ma seguito la loro trasformazione e il loro normale sviluppo. Sono cresciuti davanti alla telecamera e osservare lo scorrere del tempo su di loro è stato l’aspetto più affascinante di questo progetto.

Un progetto così lungo è anche molto rischioso perchè gli attori e il budget potrebbero disperdersi nel tempo…

In realtà avevamo un piccolo budget e il fatto di aver avuto dodici anni a disposizione per gestire il cast e il materiale girato è stato un enorme vantaggio perchè abbiamo tagliato radicalmente le spese del casting e impiegato solo poche settimane all’anno per girare. è stata anche una fortuna che la vita degli attori sia trascorsa in maniera tranquilla, senza particolari scossoni.

Questo film è finzione, ma il fatto di seguire la stessa famiglia per molti anni lo avvicina al documentario in un certo senso?

La mia intenzione era catturare gli istanti della vita, ciò che avviene in una famiglia nel bene e nel male. Non volevo necessariamente concentrarmi sugli eventi drammatici ma sulla vita nella sua interezza, sul movimento e sul cambiamento di una famiglia che gira attorno a due individui distinti, che vengono influenzati da ciò che accade. I luoghi in cui sono ambientati il film rappresentano l’America in cui è cresciuta la maggiorparte di noi, quindi lo sfondo è sicuramente realistico e influenzato dalle mode e dai cambiamenti culturali, come l’incursione della tecnologia nella vita quotidiana.

Quanto è stato scritto e quanto improvvisato?

Certamente esiste una sceneggiatura ben precisa in cui ho cercato di incorporare la vita di tutti, ma in alcuni casi ho lasciato accesa la telecamera e lasciato gli attori liberi di esprimersi, dopotutto ciò che conta è l’idea complessiva, se si è padroni di quella, si può rendere il progetto collaborativo.

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