Robocop (2014): recensione film

IL REMAKE  DI JOSE’ PADILHA COLPISCE NEL SEGNO, AZIONE SPETTACOLARE PUR SENZA GRANDE TENSIONE DRAMMATICA 

locandina robocop 2014GENERE: fantascienza

USCITA IN SALA: 6 febbraio 2013

DURATA: 119 minuti

VOTO: 3,5 su 5

Il cuore di un uomo è pari alla sua anima, non importa quanto resti di lui fisicamente, la ragione prenderà sempre il sopravvento sul proprio corpo, sulle azioni che compie in terra. Filosofia forse semplice, alcuni la definiranno spicciola per un film d’azione, ma la materia prima alla base di Robocop è sempre stata questa, almeno nelle intenzioni originali. Poi la decisione di fare un remake, che come ogni regola vuole, deve apparire “di più”. Più imponente, più estremo, più spettacoloso, riusciti o meno, i produttori hanno deciso di puntare su un restyle completo e assurgere a dispensatori di morale contemporanea.

Robocop oggi è Alex Murphy, poliziotto sopravvissuto ad una esplosione mirata ad ucciderlo, solo grazie all’intervento della OmniCorp, intenzionata a farne di lui un esempio per scoraggiare il crimine in città e più in generale nella grandiosa nazione americana. Cercheranno di far diventare l’uomo una macchina destinata a detenere e controllare, il super tutore della legge, senza pensare alle conseguenze di cui sopra. Passando per il lato di puro entertainment la critica alla società attuale è ferocissima, dove il controllo viene sopra di tutto e ci si aggrappa a scampoli di privacy per mantere una dignità alterata dal digitale.

L’azione c’è, la regia anche, Josè Padilha apre il gas sul lato emotivamente meno coinvolgente della trama e punta forte all’action drama, sul ritmo serrato e sulla risoluzione del conflitto o sulla ricerca della stessa. La famiglia di Robocop, sua moglie, suo figlio emarginati ma ruolo chiave, il dottor Gary Oldman opposto alla cinicità del tycoon Michael Keaton in veste di villain finale. La rinascita come uomo dentro ad un corpo di metallo ad impulsi cibernetici, la nuova vita al servizio del bene che impone il sacrificio di una passata, ormai (quasi) inesistente, la scelta è dura all’interno di una mente sana, il sottile lato tra oblio e redenzione.

La necessità di un remake probabilmente non c’era, è chiaro che l’adattamento in termine di cromia e miglioramenti tecnologici rende tutto più fruibile e gradevole, per chi era fan dell’originale pellicola diretta da Paul Verhoeven (1987) troveranno affinità e senso di nostalgia, per gli altri spettatori il viaggio nella guerra tra umani, macchine e umanoidi robotici sarà una pura goduria per gli occhi, salvo rendersi conto dell’immensa fiction messa in piedi per raccontare una storia di coraggio oltre le proprie possibilità finisce dopo due ore di scansione, lucidamente e in maniera lineare come un computer con una sua propria anima. Avremmo preferito un sequel, ma la soddisfazione resta uguale.

 

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