RIFF 2014 – Happy Goodyear: recensione documentario

HAPPY GOODYEAR IL DOCUFILM CHE RACCONTA UNA DELLE FABBRICHE DI MORTE

Happy GoodyearNegli anni ’60 era sembrata una manna dal cielo la fabbrica di Goodyear che insediatasi in quel di Cisterna di Latina, portatrice di lavoro pagato bene e regolarmente. Gli abitanti del luogo erano arrivati a chiamarla addirittura mamma per sottolineare l’affezione a un luogo che aveva dato dignità a molte famiglie, quelle stesse famiglie che, anno dopo anno, hanno perso parte dei loro cari per colpa di quella stessa madre che non ha mai rispettato le norme di tutela della salute e che ha fatto ammalare oltre 200 persone di tumore per poi avviare uno smantellamento e delocalizzare la produzione nei paesi dell’Est, in quei luoghi dove l’attenzione sulla salute dei propri dipendenti è ancora più bassa che in Italia.

Le registe pontine Elena Ganelli e Laura Pesino usano il mezzo più vero e più emozionale, quello della testimonianza diretta, per raccontare una tra le tante storie di fabbriche di morte del nostro Paese dando vita così a Happy Goodyear un docufilm sentito e solidale, un docufilm di denuncia sul lavoro che uccide nel peggiore dei modi, avvelenando il corpo, perché la salute del lavoratore non ha importanza dinnanzi al profitto.

Di Happy Goodyear colpisce il forte senso di comunità che spicca dai racconti delle persone che sciolgono la loro anima dinnanzi alle telecamere: Fausto piange la scomparsa ingiusta dei suoi amici. Niente è più democratico della perdita, niente rende tutti uguali come la malattia.

Agostino Campagna, operaio e sindacalista, è stato il primo a prendere in mano la situazione raccogliendo le cartelle cliniche dei suoi colleghi ammalati per provare che c’era qualcosa di talmente sbagliato da portare alla morte nella fabbrica in cui stava lavorando, erano gli anni ’90 e i casi di cancro tra i dipendenti della Gooyear di Cisterna di Latina stavano diventando troppi per essere solo casuali coincidenze. “Questa storia della fabbrica mi sta portando via un pezzo alla volta” ammette lo stesso Campagna che ancora lotta per dimostrare che quel fumo nero di amianto è colpevole, che quella mamma tanto amata all’inizio era in realtà una matrigna cattiva che, anima dopo anima, si è portata via tante, troppe persone mentre altre stanno ancora lottando per sopravvivere.

Happy Goodyear, come ogni documentario che si rispetti, non potrà certo cambiare la situazione ma può fare una cosa altrettanto importante: può raccontarla. Che si sappia, che si urli, che si documenti ogni morte legata al lavoro, ogni morte legata a quello stesso concetto su cui la nostra Repubblica, secondo la Costituzione, dovrebbe essere basata.

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