Noah: recensione film

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DARREN ARONOFSKY CON IL SUO NOAH CERCA DI RAPPRESENTARE DIO E LA CREAZIONE ATTRAVERSO UN CINEMA SPETTACOLARE ALLACCIATO AD UNA STORIA MAESTOSA MA ESTREMAMENTE INTIMA

noah-locandinaGENERE: biblico

DATA DI USCITA: 10 aprile

DURATA: 138′

VOTO: 2,5 su 5

La creazione dell’uomo imperfetto, plasmato attraverso il confluire del silenzio ancestrale, per mezzo di un sospiro divino, percorre gli squarci di luce pura, abbagliante ed eterea, che è, per termini, sinonimo di vita allacciata all’evoluzione dell’amore rinchiuso negli atti liberi degli individui. Il Creatore, dunque, sceglie Noi, fa nostro il Suo volere, regalando alla Sua creatura il dono più grande: la libertà. Il resto, di che si dica, è tutto relativo alla visione intima e personale che si ha del Pan che circonda il carattere predominante di un specie che va oltre il giusto o sbagliato delle cose. Però, il dono che Dio, le Stelle, la natura o chi per essi ha regalato all’uomo, è contagiato dall’oscurità rinchiusa nei cuori di molti, che bramano potere, dominio, supremazia contro la Madre Terra, tanto spettacolare quanto indifesa. Ecco che allora, dall’Infinità, sovviene il monito, spietato quanto è spietato il cuore degli uomini, impassibili verso la purezza, davanti la delicatezza vergine e cristallina di un Creato perfetto. La punizione, poi, lava con la sterilità dell’acqua il mondo vecchio, facendo galleggiare in superficie le anime trasparenti, dando loro un nuovo inizio, ricreando lo spettro di colori per mezzo di un arcobaleno dove, alla sua nascita c’è, nonostante tutto e ancora una volta, l’uomo.

L’uomo, in questo caso, è Noah (Russell Crowe), discendente della stirpe di Set, contrapposta a quella di Caino, padre di tre figli e marito di Naamah (Jennifer Connelly). Noah, nipote di Matusalemme (Anthony Hopkins), parla con il Creatore, ascoltando il lui il monito severo di un tempo che sta finendo a causa della cattiveria dell’essere umano. Spinto dal volere divino, quindi, costruisce un’arca in legno, adibita alla conservazione delle specie animali, in previsione dell’enorme, catastrofico diluvio che spazzerà via ogni angolo della terra.

Darren Aronofsky gioca a fare Dio, Dio che sarebbe la creazione, la creazione che, in fin dei conti, è il cinema, il cinema che è sinonimo di vita, di rappresentazione e di spiegazione, cosa che fanno le Sacre Scritture, racchiudendo l’Alfa e l’Omega, la luce di tutto e il buio silente, l’inizio e la fine del Mistero Divino. Questo è Noah, l’ultimo immenso, cinematografico, faticoso film del visionario regista di The Wrestler; l’opera cerca di raffigurare la Fede dell’uomo, la trattiene e quasi la brama, sfiancando lo spettatore che si ritrova a parlare da solo al suo cuore, messo dinanzi all’infinito trapassato scritto dalle stelle e dipinto da un cinema spettacolare, ambizioso e latentemente compiaciuto. È un Noah postmoderno questo che va continuamente alla ricerca della narrativa religiosa, inzuppata di versi, significanti e dalla sintassi quasi mistica nonché potente e sfarzosa. Uno spazio filmico riempito da un Tutto di sensazioni appesantite e asfissianti, estremizzate all’ennesima potenza, implacabili e continue, una nenia, una preghiera in ginocchio che implora pietà, facendo vergognare l’uomo e tutte le sue declinazioni. È una vera e propria presa di posizione quella di Aronofsky che attraverso la Genesi dell’Antico Testamento attualizza nemmeno troppo velatamente la cattiveria dell’uomo, bieca e accecata dal male che inghiotte qualsiasi scintilla di bellezza incondizionata, nascondendosi dietro la via comoda della libertà; è vero quindi che in Noah il passato diventa nuovamente presente, facendosi pericolosamente futuro di un’evoluzione antropologica che persegue, ancora una volta, la sete di dominio e di egemonia. Il tempo, poi, assoluto protagonista di una pellicola tanto sconfinata quanto estremamente riservata, fonde la pietas così come la misericordia in una nuova speranza che apre, nonostante tutto, al domani, al mattino che insegue la notte, ai raggi del sole che oltrepassano le nuvole, illuminando esclusivamente l’amore degli Elementi nella perfezione Divina.

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