The Grand Budapest Hotel: pro e contro sul film

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LA REDAZIONE HA PARERI DISCORDANTI SULL’ULTIMO LAVORO DI WES ANDERSON

Gustave è un concierge del Budapest Hotel, albergo collocato nell’immaginaria Zubrowka. Latin lover agli occhi delle signore attempate, grazie al suo fascino l’uomo riceve una cospicua eredità da Madame D.  Il figlio della ricca ereditiera accuserà però Gustave di essere colpevole dell’assassinio della madre facendolo finire in carcere. L’amicizia con Zero, il ragazzo lobby dell’hotel, sarà fondamentale per superare le mille disavventure cui andranno incontro nel tentativo di recuperare un prestigioso dipinto fiammingo che nasconde la verità.

MANTIENE LO STILE CINEMATOGRAFICO DI ANDERSON?

Francesco Buosi: Assolutamente si. Sin dai primi fotogrammi si riconosce subito il tocco magico del regista statunitense.
Su tutto le atmosfere “magiche” e le ambientazioni ai limiti del fiabesco cui ci immergiamo quando viene narrato l’incipit della nostra storia. E poi i costumi, sempre originali e dai colori sgargianti, per finire alle inquadrature anticipate a scoprire gli ambienti e ad anticipare i dialoghi dei protagonisti, così come le indistinguibili “carrellate” eseguite con la macchina da presa.
Anderson ha saputo creare un genere di riferimento e ne è diventato il principale esponente riuscendo con la sua straordinario visione artistica e visionaria a creare un grande numero di estimatori del suo lavoro anche tra gli attori. Molti dei quali hanno accettato negli anni ruoli minori o semplici comparsate pur di apparire in un suo film. Ed anche Grand Budapest Hotel ne è la conferma. Bill Murray, Willem Dafoe, Tilda Swinton, Adam Brody, Edward Norton, Saoirse Ronan e Jeff Goldblum sono i nomi di alcuni protagonisti “minori” presenti nel film.

Sandra Martone: Ci sono pochi cineasti al mondo che sono in grado di apporre la propria inequivocabile firma fin dalle prime immagini. Wes Anderson è sicuramente uno di loro. Dai colori caleidoscopici fino ad arrivare ai movimenti di macchina Anderson è stato in grado di creare un genere registico che in molti hanno provato a copiare, senza riuscirci. Quello che invece non è nei canoni del cineasta e che stupisce negativamente è la storia che Anderson racconta…

A QUALE PUBBLICO VUOLE RIFERIRSI?

Francesco: il pubblico è vario, dato che il target è ampio. Può interessare gli adolescenti, affascinati dal racconto dai toni fiabeschi così come gli adulti. Dietro questa favola raccontata attraverso la lente caledoscopica che Anderson mette sulla macchina da presa, non mancano infatti riferimenti a temi più importanti ed attuali come l’amicizia e l’accettazione del “diverso”. Perfettamente rappresentati dal rapporto tra Gustave (Ralph Fiennes) e il suo assistente personale anche detto lobby boy (il giovane protagonista Tony Revolori nei panni di Zero).

Sandra: Agli estimatori di Wes Anderson perché un mito va sempre perdonato e a pochi altri perché il cineasta statunitense ha prestato la sua arte a un racconto scritto molto male dove la sua regia è l’unica cosa che salva una serie di azioni/reazioni a volte prive di senso e poco funzionali dove la retorica la fa, stranamente, da padrona.

LO CONSIGLIERESTI?

Francesco: Senza dubbio, perché il cinema di Anderson fa sognare, e non c’è altro di più importante cui un cineasta debba aspirare.

Sandra: No, perché chi vuole vedere Anderson punta al sogno e in questo caso il lungometraggio, seppur pieno di colori, somiglia molto più a un incubo.

 

 

 

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Onnivoro cinematografico e televisivo, imdb come vangelo e la regia come alta aspirazione.
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