Cannes 67 – Mommy: intervista a Xavier Dolan

“IL CINEMA È L’ARMA CHE HO PER VENDICARE LA VITA DI DONNE, COME MIA MADRE, CHE HANNO LOTTATO PER QUALSIASI COSA NELLA VITA”

Per Cannes, Xavier Dolan, il venticinquenne cineasta è già passato più volte riscuotendo un ottimo successo nelle sezioni collaterali della kermesse. Finalmente in gara per la Palma D’Oro in questa 67ma edizione del Festival il giovanissimo regista, sperimentatore coraggioso, porta Mommy storia d una donna alle prese con figlio violento.

Xavier, non è la prima volta che la figura di una madre è al centro di un tuo lavoro. È il rapporto con tua madre ha ispirarti nei tuoi lavori?

La relazione con mia madre mi ha ispirato soprattutto nel mio primo film, autobiografico. Mia madre è stata poi il modello di alcuni personaggi dei miei film successivi. Non so perché il ruolo della madre e della donna nella società mi continua a interessare così tanto. Sono cresciuto solo con mia madre, vedendola lottare per ogni cosa della vita, spesso costretta a dichiarare la sconfitta. Allora ho pensato che il cinema potesse essere la vendetta, l’arma della rivincita per tutte le esistenze di donna come quella di mia madre. D’altra parte il bello di essere un regista è proprio la possibilità di potersi inventare un mondo completamente libero e diverso.

Com’è nata, in particolare, l’idea di Mommy?

Anni fa ho letto un articolo che raccontava di una madre che aveva abbandonato il figlio in ospedale perché troppo spaventata da questo bambino di 7 anni che era già violentissimo, la odiava e la picchiava, lei non sapeva più cosa fare con il figlio. Ho perso poi l’articolo, ma la storia continuava a tornarmi in testa, mi aveva colpito tantissimo. Poco dopo J’ai tué ma mère sono tornato a pensarci, mi dicevo che prima o poi avrei realizzato un film su quella storia, in USA con attori americani. Ma alla fine la vera ispirazione me l’ha data il paese in cui vivo, il Québec, perché in nessun posto puoi raccontare bene una storia come tra le strade che conosci.

Cosa ti spinge nella scelta di scegliere un progetto piuttosto che un altro? Hai dei modelli di riferimento?

Ho un forte bisogno di esprimermi, e quindi cerco di collaborare sempre con persone, come quelle che hanno lavorato con me a Mommy, con le quali creare un gruppo che riesca ad creare liberamente. Anche se sono giovane, mi chiedo sempre quanto tempo ancora mi resti su questa Terra, e allora mi dico “è adesso il momento per provare questa cosa, non aspettare”. Faccio quello che mi sembra affascinante e mi attira, ma cerco sempre di fermarmi quando non so più bene cosa sto facendo. Ho degli eroi, tra questi quello che sento più vicino è Gus Van Sant, per il suo utilizzo della forma libera e delle digressioni narrative per creare emozioni.

Il film è pieno di esperimenti stilistici e di giochi…

La scelta della scala 1:1 per lo schermo era un espediente per evitare qualunque distrazione dello spettatore. Lo schermo lo cattura completamente. Ma è solo uno dei giochi che si possono ancora fare con il linguaggio del cinema: Adieu au language!, dice Godard in questi giorni d’altronde. A me ad esempio piace lavorare molto anche sull’importanza dei costumi. Molto spesso in un film non si dà loro l’attenzione che meritano, eppure sono il primo contatto tra lo spettatore e i personaggi.

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