Fermoimmagine: Makoto Shinkai, fan di Miyazaki e maestro d’anime

FOCUS SU MAKOTO SHINKAI, DAI CORTI INDIPENDENTI DELL’ESORDIO AL PRIMO FILM

Lei e il suo gattoTutto inizia con un gatto. Un gatto dall’animo poetico, profondamente innamorato. Nel 1999 Makoto Shinkai scrive, dirige e disegna un cortometraggio di soli cinque minuti intitolato Lei e il suo gatto: per realizzarlo impiega cinque mesi ma, con l’eccezione della colonna sonora, cura da solo ogni aspetto della produzione. La storia, semplice ma delicata nell’esplorare i sentimenti, viene enfatizzata dalla fotografia in bianco e nero, che dona all’atmosfera un tono nostalgico. L’animazione risulta particolarmente originale grazie al contrasto tra gli sfondi ricchissimi di dettagli (ricavati da fotografie dello stesso autore, convertite in disegni grazie alla computer grafica) e i personaggi, tratteggiati o addirittura, nel caso del gatto, stilizzati. Makoto Shinkai si improvvisa infine anche doppiatore, registrando il monologo del protagonista nel salotto di casa.Il risultato riceve un insperato successo e procura a Shinkai le attenzioni necessarie per poter finanziare i suoi progetti successivi. Da quel momento i due felini del corto diventano il portafortuna preferito del regista, che li inserisce come personaggi secondari o come comparse in tutti i suoi lungometraggi.

Il suo secondo lavoro, La voce delle stelle, sorprende il pubblico con una storia di tutt’altro genere. I toni poetici si tingono di fantascienza quando Mikako, una giovane studentessa, viene selezionata dall’esercito per una missione nello spazio. La ragazza non ha altra scelta che salutare Noboru, il suo più caro amico. I due riescono a mantenere i contatti scambiandosi email ma, più l’avventuristica astronave Lysithea si allontana nello spazio, più tempo impiegano i messaggi per arrivare a destinazione, finchè l’ultima missione intorno a Sirio non impone tra loro un’attesa lunga otto anni.

Ancora una volta Shinkai produce e sviluppa il cortometraggio da solo, scatenando il meglio della sua fantasia negli splendidi paesaggi, terrestri e alieni. I colori e le luci riflettono e amplificano gli stati d’animo dei protagonisti, gli unici a risentire di un tratto ancora acerbo nei disegni. La vicenda inoltre esplora, nei soli 25 minuti della sua durata, uno dei temi più cari al regista, la distanza e l’incomunicabilità tra le persone, anticipando il soggetto di molti suoi lavori futuri. I premi vinti da La voce delle stelle sono il lasciapassare definitivo per la produzione su larga scala del suo primo lungometraggio, The place promised in our early days.

Questa volta la vicenda è ambientata in un futuro alternativo: durante la Guerra Fredda il Giappone viene diviso in due parti, una controllata dall’alleanza americana, l’altra dall’Unione Sovietica. Subito dopo la separazione gli scienziati sovietici costruiscono una torre altissima, visibile a centinaia di chilometri, ma il cui scopo resta un mistero. All’ombra della costruzione si intrecciano le storie di Hiroki, Takuya e Sayuri. I due ragazzi stanno costruendo un aereoplano per poter volare sino alla torre e promettono a Sayuri che, non appena sarà finito, la porteranno con loro. L’improvvisa scomparsa della ragazza però interrompe il progetto e divide i due amici: anni dopo sarà di nuovo la strana influenza della torre a riunire tutti e tre, all’alba di quella che sembra una nuova Guerra Mondiale.

L’esordio sul grande schermo riconferma i punti di forza dell’autore, mostrando un notevole miglioramento anche nella costruzione dei personaggi. Il passaggio tra i tre punti di vista e i salti temporali rendono la trama appassionante e alcune sequenze, per armonia di musiche, luci e colori, sfiorano la perfezione. Curiosamente, sarà l’ultimo progetto di stampo fantascientifico per Makoto Shinkai, pronto a dedicarsi a un soggetto completamente diverso e a stupire ancora una volta il suo pubblico.

 

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