Giraffada: recensione film

GIRAFFADA, IL RACCONTO METAFORA DELLA PALESTINA RECLUSA

GiraffadaGENERE: drammatico

DATA DI USCITA: 29 maggio

DURATA: 85’

VOTO: 3 su 5

Stefano Benni ha scritto: la giraffa ha il cuore lontano dai pensieri. Si è innamorata ieri, e ancora non lo sa. E forse è proprio l’amore il motivo per il quale Rita, la giraffa dello zoo di Qalqilya cittadina palestinese a ridosso della West Bank, si rifiuta di nutrirsi da quando Brownie, suo simile, è caduto vittima di un bombardamento. Per far sì che l’elegante animale non si lasci morire il veterinario Yacine e suo figlio Ziad cercano di procurarle un compagno ma muoversi attraverso la zona controllata dai soldati israeliani non è facile, neanche con al seguito una giraffa, neanche con l’aiuto di Laura, una giornalista francese.

Giraffada, il lungometraggio di Rani Massalha, a suon di similitudine crea nel suo semplice racconto una lunga metafora che paragona la situazione reclusione degli animali di uno zoo a quella non dissimile degli esseri umani che, nei territori palestinesi, affrontano ogni giorno reclusi tra quelle mura sulle quali sono scritte urla di dolore e disegnate scene raffiguranti le consuetudinarie violenze che avvengono.

Ispirandosi a eventi realmente accaduti in quel di Qalqilya nel 2002, il cineasta francese di palestinesi origini usa la giraffa come simbolo della voglia del palestinesi di poter alzare finalmente lo sguardo oltre l’ingiustizia di quel muro e al contempo mette a confronto due generazioni, quella adulta di Yacine che è vittima della disillusione e quella fanciulla di Ziad che crede ancora fortemente nella speranza.

Giraffada è una, a tratti semplicistica, favola contemporanea che unisce la realtà impossibile di quelle zone di guerra perenne, ben raccontate nel lungometraggio, alla forza di una sopravvivenza che non vuole e non deve rassegnarsi all’idea di non contare nulla per il mondo.

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