Cannes 67 – Lost river: recensione film (Un Certain Regard)

RYAN GOSLING CON LOST RIVER OMAGGIA I SUOI MITI CINEMATOGRAFICI PECCANDO DI PRESUNZIONE E NARCISIMO EPPURE SENZA MAI ANNOIARE

GENERE: drammatico

DATA DI USCITA: n.d.

DURATA: 105’

VOTO: 3 su 5

Ryan Gosling è l’attore feticcio del danese Nicolas Winding Refn per questo non stupisce affatto che, passato dietro la macchina da presa, l’artista neo cineasta abbia tratto più di qualche spunto dal suo mentore anche se farlo vuol dire anche, di conseguenza, avvicinarsi nello stile a Lynch e Mann.

L’ambientazione di Lost river ha qualcosa di post apocalittico e in tale scenario si muove una famiglia composta da madre e due figli uno più piccolo e l’altro adolescente. Attaccato molto spesso dalla critica per la sua non espressività Ryan Gosling nella sua opera prima da regista fa l’errore di mettere troppa carne al fuoco rendendo così Lost river un calderone di vari generi dove i lunghi ringraziamenti finali a Refn, Cianfrance e Malick sottolineano la non originalità degli spunti registici e, allo stesso tempo, una certa presunzione che tende a infastidire lo spettatore.

Immagini suggestive e musiche che variano dagli anni ‘50 allo psichedelico accompagnano la solita solfa sulla società decadente, del sogno americano che, ad oggi e in certe località come quella di un’irriconoscibile Detroit città statunitense simbolo della crisi, sembra essersi trasformato in un incubo: la verità è che Gosling ha voluto strafare con un narcisismo legato al suo nome che come attore, forse, può anche permettersi ma come cineasta ancora no.

Lost Rivers  può essere letto sia come un omaggio ai suoi miti, e in questo caso una cernita sarebbe stata più gradita, sia come un esperimento coraggioso che ha il pregio di non essere mai banale, di non saper annoiare.

Non è tutto sbagliato nel film di Gosling in cui l’incoerenza delle inquadrature e dei generi comunque ha il pregio di sorprendere ed è per questo che Lost river e chi lo dirige non è da bocciare del tutto ma semplicemente da rimandare alla prossimo film nella speranza che il regista si ricordi che per arrivare alla grandezza dei suoi pluricitati, nei titoli di coda e nelle immagini, miti di strada da fare ce n’è ancora molta.

 

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