Ritual – Una storia psicomagica: recensione film

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RITUAL È LA PAROLA DI JODOROWSKY PARAFRASATA IN UN CINEMA ASSUEFATTO, ONIRICO MA ECCESSIVAMENTE ESTETICO

locandina-ritual-una-storia-psicomagicaGENERE: thriller, onirico

DURATA: 95’

USCITA IN SALA: 8 maggio

VOTO: 2,5 su 5

La suggestione indotta dallo sconfinato potere della mente è assolutamente una delle sensazioni più forti che l’uomo possa provare. Autoconvincersi di una cosa, cercare di affrontare un problema o eliminare del tutto gli strascichi di un passato fin troppo pesante può essere una soluzione, se non la soluzione definitiva, così da guarire, maturare ed essere pronti per una nuova vita all’insegna solo e soltanto del nostro, imprescindibile volere. Tutto ruota attorno agli impulsi elettrici che la mente invia costantemente, correlati alla realtà che si palesa dinnanzi agli occhi; ogni azione dunque ha un suo ideale proseguo, e tutto ciò che viene lasciato a metà, nel corso del tempo e in diversi modi, torna ad angosciare le notti e, in alcuni casi, anche i giorni. È solo allora che il disagio si espande in paura, che pian piano diventa virus, attaccato all’anima, impossibile da debellare, inghiottendo nell’oscurità ogni traccia di speranza.

Lia (Désirée Giorgetti) rimane invischiata in una turbolenta quanto violenta relazione insieme all’aitante e perverso Victor (Ivan Franek). In seguito ad un tentata suicidio, la donna, su consiglio del suo analista, scappa dalla zia Agata (Anna Bonasso) che possiede una tenuta di campagna in Veneto. Lia, qui, cerca di ritrovare se stessa, aiutata anche dai consigli psicomagici di sua zia. Tutto però cambia nuovamente non appena Victor bussa alla porta della sperduta casa, minando ancora una volta la serenità di Lia.

Ritual – Una Storia Pscicomagica è diretto da Giulia Brazzale e Luca Immensi e prende ispirazione dalle parole surreali di Alejandro Jodorowsky traducendo, per l’appunto, la sua psicomagia e la sua incredibile quanto assurdamente tangibile immaginazione, amalgamando così sogni, incubi, realtà e finzione in un cinema assuefatto e onirico ma, al contempo, eccessivamente estetico e decorativo. La pellicola ha la costante della femminilità e delle scelte, quelle decisioni che vanno a delineare gli aspetti di una vicenda che crea nell’animo dello spettatore un sussulto smanioso di irrequietezza, dato dal continuo quanto ben delineato andirivieni tra dimensioni e archetipi che attraversano verticalmente un personaggio in completa disgrazia, sgretolato dall’instabilità provocata da un non amore perverso quanto letale. Ritual, però, pur riuscendo nella comprensiva fatica di sceneggiare delle sensazioni magiche e latentemente inquietanti, finisce per giocare fin troppo con un immagine ineccepibile preferita ad una sceneggiatura costipata di simbolismi, faticando ad arrivare nel cuore di un fruitore che resta affascinato ma mai completamente partecipe di un film che invece fa dell’empatia il suo filo conduttore.

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