Milano Film Festival 2014 – Comandante: recensione film

IN COMANDANTE IL GIOVANISSIMO ENRICO MAISTO DESCRIVE L’UMANITÀ NASCOSTA DEGLI ANNI DI PIOMBO

VOTO: 3,5 su 5

Chi non ha vissuto sulla pelle il terrore pungente della lotta armata degli anni ’70 e ’80 non sa veramente cosa accadde in quel periodo ed è raro che voglia approfondire un decennio di storia contemporanea che sta appena dietro alla soglia della porta del nostro presente. È raro che qualcuno che non è legato anagraficamente a quegli anni abbia la voglia di capire cosa stava succedendo nel periodo in cui il fermento politico mieteva più morti che idee, ma complice una storia familiare che lo avvicina non poco a personaggi di spicco in quell’epoca il giovane cineasta Enrico Maisto con il suo documentario Comandante tenta di descrivere in maniera umana e sensibile un frammento del suo e del nostro passato.

Il giudice Maisto – padre del cineasta – negli anni di piombo era un magistrato di sorveglianza che all’interno del suo ordine si era distinto per l’impegno democratico. Questa sua caratteristica non era vista come positiva da alcuni gruppi sovversivi i quali decisero di ucciderlo. Fortuna volle che all’epoca Maisto fosse un caro amico di Felice, militante di Lotta continua, con il quale spesso si ritrovava a mettere un boccone sotto i denti nel ristorante I due mulini di Milano. Questo affetto, nato casualmente, valse la vita di Maisto in quanto Felice riuscì a dissuadere i suoi colleghi dall’idea di far fuori il magistrato.

Enrico Maisto racconta in Comandante la storia della sua famiglia senza elaborare né dare una visione personale della guerriglia perpetua dell’epoca ma incentrandosi, prendendo spunto dai fatti realmente accaduti e a lui tanto vicini, sul valore della vita umana che in quella, rara, occasione è stato messo al primo posto rispetto a isteriche idee politiche e guerrigliere.

Il regista con pochi mezzi usa la sua voce narrante e di figlio il cui padre è stato un miracolato per raccontare due opposte umanità che non si conciliano nelle idee di azione ma lo fanno attraverso quelle di uguaglianza e soprattutto nel dare più importanza alla vita che alla rivoluzione.

Quello raccontato da Maisto è lo spaccato inedito di un’epoca e di un dialogo che se fosse stato allora generale e non circoscritto a due individui avrebbe potuto evitare, o quantomeno limitare, lo spargimento di sangue che ha reso monocromatici gli anni di piombo.

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