Sin City 2 – Una Donna per cui Uccidere: incontro conRobert Rodriguez & Frank Miller

FRANK MILLER: “I MIEI PERSONAGGI VENGONO DA OGNI PARTE, DALLA MIA IMMAGINAZIONE E DAL MIO CERVELLO”

Torna sullo schermo dopo 10 anni la città del peccato. Con una regia splendida e una fotografia che aumenta il proprio valore artistico grazie al 3D , il prossimo 1 ottobre, l’attesissimo Sin City 2- una donna per cui uccidere. Ma come i più grandi amori il primo non si scorda mai e questo secondo arriva con qualche livido di troppo. Il vero peccato nella pellicola sta volta sta nella resa della storia che non regge affatto il paragone con il primo Sin City. I fan resteranno forse un po’ delusi ma Sin City, pur mancando in questo secondo tentativo della verve giusta, continua ad ammaliare con la stessa forza degli verdi occhi di Eva Green, impossibile sfuggire al fasciano della città del peccato.

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Quali sono state le difficoltà tecniche riscontrate in Sin City 2 e cosa è cambiato rispetto al primo?

Robert Rodriguez: Nel primo film sia troupe che attori non conoscevano bene la tecnica del green screen per cui erano un po’ a disagio e si sono dovuti fidare di me. Questa volta invece erano tutti a loro agio con le nuove tecnologie. In quasi dieci anni gli attori si sono abituati a lavorare e a girare su green screen e questo sicuramente ha reso le cose un po’ più semplici. L’ innovazione maggiore di questo secondo capitolo è sicuramente l’uso del 3D, che riesce a far prendere vita ai disegni e all’universo disegnato da Frank.

Frank Miller: all’inizio anche io mi sono dovuto fidare ma poi ho capito che Robert riesce a fare tutto(sorride!)

Ci racconti un po’ i riferimenti cinematografici dei personaggi, perché notiamo che ce ne sono davvero molti.

Frank Miller: I miei personaggi vengono da ogni parte, dalla mia immaginazione e dal mio cervello. Sono cresciuto studiando come un appassionato di fiction-crime e di film noir, di certo questo si intravede nei personaggi che ho creato. Per quanto riguarda il personaggio di Eva Green, volevo che lei diventasse la quintessenza della femme fatale, che riuscisse a superare tutto quello che era stato fatto fino ad ora, volevo renderla l’ultima femme fatale vivente. Lei è stata brava a mettere tutta se stessa nel ruolo, a far tesoro di quelle che erano state le femme fatale del passato e a rendere il suo personaggio terrificante, sexy e anche molto tragico. In genere io comincio a lavorare ad ogni cosa scrivendo una frase sul muro e per il personaggio di Marv avevo semplicemente scritto: Conan con un trench. Volevo realizzare un personaggio che mi permettesse di superarmi, volevo fare una specie di barbaro che vive in un contesto metropolitano.

Sappiamo che nel primo episodio di “Sin City” Dwight McCarthy era interpretato da Clive Owen, mentre in questo secondo è Josh Brolin a interpretare il Dwight prima versione, quello prima della chirurgia plastica e in questo tutto è esattamente come nel fumetto. Come mai la scelta di lasciare come unico interprete di Dwight, soprattutto nella scena del treno, J. Brolin?

R.R.: L’idea era quella di avere due attori diversi per il personaggio di Dwight , uno nella prima parte e uno per la seconda post-operazione. Era nei nostri piani quindi far tornare Clive Owen per la scena del treno. A causa di alcuni piani di lavorazione che aveva con altri progetti però, Owen sarebbe stato disponibile con sei mesi di ritardo eppure avevamo deciso di aspettarlo. Poi durante le riprese abbiamo visto la splendida performance di Josh Brolin . Avevamo un giorno di riprese extra, così abbiamo detto: proviamo, vediamo come va, se non dovesse andare bene aspettiamo Clive. Ma secondo me Josh è stato perfetto.

F.M.: Voglio aggiungere che gli attori amano lavorare, gli piace stare sul set e che quelli più bravi sono spesso molto impegnati. Quindi siamo stati davvero fortunati ad avere il cast che volevamo, un cast meraviglioso e devo ammettere che ho trovato continuamente ispirazione nelle loro performance. Anche perché in questo secondo capitolo siamo andati più in profondità con i personaggi e abbiamo avuto modo di innamorarci ancora di più di ognuno di loro. Vorrei sfatare anche il mito che c’è sugli attori: gli attori sono dei grandissimi lavoratori, sono delle persone creative e contribuiscono tantissimo al processo e alla riuscita finale di un film. Saranno anche capricciosi, a volte, ma sono sicuramente una parte fondamentale per la riuscita di un film.

Ricordiamo che durante una sua conversazione sul fumetto con tra Will Eisner , prima ancora di girare il primo “Sin City”, Eisner diceva che i fumetti non combaciano certo con il cinema, ma sembrano più adatti al teatro. Visto il senso di stage che fornisce il green screen, questa teoria è stata riportata sia nei due “Sin City” che nella versione cinematografica di “The Spirit”?

F.M.: In questo caso il merito va a Robert. Io quando ho disegnato le storie di “Sin City” mi ero prefisso un obiettivo: non dovevano essere storie adattabili per il grande schermo. Ho scritto storie che secondo me erano impossibili da portare al cinema. Poi Robert mi ha fatto vedere che si poteva fare, mi ha spiegato come si sarebbe potuto fare ed il risultato è stato questo. Quindi il merito, ribadisco, va a lui perché è stato in grado di creare una nuova forma di cinema e ha reso possibile questa combinazione. Con Eisner siamo stati amici per venticinque anni, trascorrevamo tanto tempo insieme e spesso discutevamo di questo visto che lui vedeva i fumetti come materiale letterario più vicino al teatro, mentre io a volte dicevo che si potevano anche utilizzare per il cinema. Il mio rapporto con Eisner è stato molto intenso, abbiamo passato intere serate a cena a discutere di qualunque cosa: dal bordo della cornice da mettere o meno intorno a un disegno, all’uso di una penna al posto di un’altra. Ci volevamo molto bene e ci rispettavamo molto, abbiamo avuto un rapporto burrascoso, ma anche molto intenso.

Ci sono altre sequenze del vostro divertente cameo che abbiamo visto nel film?

R.R.: Di quello nella sceneggiatura c’era solo scritto: Nancy sta guardando un vecchio film. Quindi io e Frank abbiamo detto: quando abbiamo tempo gireremo qualcosa che faccia ricordare a un vecchio film. Poi non avendo mai pensato a quali attori scegliere siamo arrivati al termine delle riprese senza aver scelto nessuno e così abbiamo deciso di farlo io e Frank. E’ stata l’ultima sequenza che abbiamo girato nell’ultimo giorno, alle cinque del mattino. C’è anche qualche altra immagine che metteremo nel DVD, ma non è niente di fondamentale.

Visti gli ottimi risultati di “Sin City” avete mai pensato di dirigere “Daredevil” dopo il terribile film apparso qualche anno fa?

R.R.: No, non ho mai pensato ad un film su Daredevil.

F.M.: Ho imparato tantissimo da Rodriguez, come ho imparato moltissimo dal processo di creazione di “Sin City” e ho capito che se si vuol fare un buon film tratto da un comic-book bisogna possedere e conoscere alla perfezione il materiale di partenza. Ma la vita è un po’ troppo corta per preoccuparsi di quel che fanno gli altri.

La sua graphic novel, “Holy Terror”, ha avuto delle critiche ferocissime: non credo che oggi qualcuno le debba delle scuse?

F.M.: Un giorno nel 2001 circa tremila dei miei concittadini sono stati uccisi in una maniera assolutamente brutale e violentissima. Quello che ho scritto e disegnato è stata una mia reazione, un modo per tirare fuori la mia rabbia, il mio dolore e di questo sono molto fiero. Sono fiero di quello che ho realizzato. Non mi sono scusato con nessuno, come nessuno si è mai scusato con me.

Qual è il motivo delle molte scene di nudo e delle immagini sexy che ci sono nel film? Una curiosità come mai la scelta delle tre mucche fuori la villa del senatore?

R.R.: Il film è basato sulla graphic novel “Sin City: Una Donna Per Cui Uccidere” che di suo conteneva tantissime scene di nudo. Noi, volendo esser fedeli all’opera originale, abbiamo cercato di riportare la stessa cosa anche sul grande schermo. Però si tratta di nudi artistici, funzionali alla storia, proprio per le attrici stesse non hanno creato alcun problema anzi ne hanno capito il valore artistico. Per la storia delle mucche lascio la parola a Frank che le ha messe anche nello storyboard e ciò che lui mette nello storyboard io lo devo girare.

F.M.: Bè, quello per me è un ranch, quindi le mucche devono esserci. E poi penso che le mucche siano buffe sia da guardare che da disegnare. Mi sorprende invece la domanda sul nudo perché non sto facendo una conferenza stampa in Ohio. Siamo a Roma, in Italia, quindi che c’è di male nel vedere tante belle donne nude? Non mi aspettavo da Roma una domanda del genere!

Trent’anni fa lei asseriva che nel mondo dei fumetti c’era bisogno di fuori legge e che lei era un fuori legge. Oggi c’è ancora spazio nell’intrattenimento americano per i fuori legge?

F.M.: Si! Anche perché senza i fuori legge non ci sarebbero neanche i supereroi. E nessuno spazio per Superman e per Marv!

All’epoca del primo Sin City la sua scelta di registrare Frank Miller come co-regista dell’opera aveva creato scandalo nella Directors Guild Of America, le polemiche sono proseguite?

R.R.: Negli Stati Uniti ci sono delle strane regole delle quali non ero a conoscenza: se non ricordo male una è che non si possono inserire due registi nella stessa opera se non hanno mai lavorato da soli in precedenza. Per cui vista la polemica che si era creata per “Sin City” ho preferito uscire dalla Directors Guild Of America piuttosto che proseguire insieme a loro. Anche perché per quelli come me che non sono solo registi ma fanno più cose, queste regole ti rendono di difficile collocazione, e visti i tanti problemi ho preferito andare via. Ma è stata una cosa che volevo fare in silenzio, solo che poi si è creato uno strano rumore intorno che si poteva sicuramente evitare.

F.M.: Robert è troppo modesto. In realtà una mattina lui è venuto da me e mi ha comunicato che la Directors Guild Of America voleva che togliesse il mio nome tra i registi del film, ma che lui pur di non farlo avrebbe preferito togliere il suo. Io gli ho detto che non era giusto, perché in fin dei conti era lui il regista del film. Così gli ho detto, pensaci bene, vai sul set e poi mi dici cosa vuoi fare. Alla fine abbiamo avuto una conversazione meravigliosa in cui lui si è dimostrato generosissimo e ha preso la decisione di uscire dall’ordine dei Directors Guild Of America.

Ricordiamo che lei tempo fa ha avuto dei diverbi con Alan Moore a proposito di “Occupy Wall Street”, vi siete riappacificati da allora?

F.M.: Io e Alan siamo amici da diverso tempo, però pare che non andiamo d’accordo su nulla e litighiamo su qualunque cosa. Quindi lui continua a pensarla a modo suo mentre io continuo a pensarla a modo mio.

I lavori firmati Marvel o DC Comics, al cinema rappresentano spesso la visione che il regista si fa di quel fumetto. Invece Robert con “Sin City” ha fatto qualcosa di molto intelligente e rispettoso, trasponendo la visione del disegnatore Frank nel film. Questo è ,secondo voi, il punto di forza di tale franchise?

R.R.: Si, io ho sempre tenuto molto alla fedeltà del fumetto. Anche nel titolo ci tenevo a mettere Frank Miller’s Sin City perché lui ha una visione così completa che sarebbe stato impossibile fare un adattamento cinematografico. Paradossalmente è stato più facile il contrario, io ho cercato in tutti i modi che la sua visione completa, integra e profonda diventasse film.

F.M.: In effetti è molto divertente. Molti mi chiedono come mai non lavoro ad Hollywood, e in effetti abbiamo girato a Huston, Austin, ma mai Hollywood. Grazie alla collaborazione con Robert però ho capito che i comic-book possono diventare film solo in questa maniera, quindi senza farli entrare in quel trita carne che è Hollywood, in cui una graphic-novel o un comic-book diventa semplicemente una cosa simile a tante altre. Infatti i migliori adattamenti recenti di comic-book sono quelli che sono rimasti fedeli al materiale di partenza, in fondo i comic-book sono disegnati da una sola persona e se entri ad Hollywood sei costretto invece a condividerli con tutti. Per cui dopo diventa complicato mantenere integrità al prodotto. Come consiglio io dico sempre di restare fedeli alla storia, di seguire il materiale di partenza.

Come è stato dirigere questi due film a quattro mani e come siete riusciti a mettervi d’accordo sui vari aspetti tecnici e non?

R.R.: Diciamo che sul set abbiamo avuto un rapporto molto stretto e di collaborazione. Ci siamo divertiti tantissimo e delle volte addirittura è capitato che ci dimenticavamo di chi era stata l’idea. Spesso io cominciavo una frase e lui la finiva, amiamo entrambi il comic-book, amiamo quello che stavamo facendo, amiamo gli attori, quindi spesso io nemmeno ricordo se in una particolare scena abbiamo usato una mia intuizione o una di Frank. Quando capitava di avere delle idee leggermente diverse le provavamo entrambe e poi sceglievamo quella che funzionava meglio. E alla sera dicevamo sempre: che bella giornata oggi non vedo l’ora che arrivi domani.

F.M.: All’inizio della nostra collaborazione abbiamo avuto delle discussioni sulla maniera da utilizzare per raggiungere un obiettivo, ma l’obiettivo era sempre lo stesso. Alla fine sono giunto alla conclusione che io e Robert siamo due fratelli separati alla nascita.

Robert Rodriguez per guadagnare i soldi di cui aveva bisogno per cominciare a fare cinema ha fatto da cavia umana, qual è invece il sacrificio più grande che lei ha fatto per l’arte?

F.M.: Sicuramente non mi sono mai prestato a nessun test medico, forse all’inizio ho avuto fame e ho camminato per le vie di New York con delle scarpe talmente logore che sembrava di camminare a piedi scalzi.

Entrambi i film di “Sin City”, ma specialmente il secondo, costituiscono una specie di evoluzione rispetto al fumetto. Si può quindi dire che per tale opera è impossibile un ritorno alla carta e che la sua evoluzione naturale sia sarà quella cinematografica?

F.M.: E’ davvero un’ottima domanda, alla quale però trovo difficile rispondere. Certo oggi per me sedermi al tavolo e disegnare Marv senza pensare a Mickey Rourke è praticamente impossibile. Quello che posso dire è che la vita va così, bisogna aspettare e vedere quello che succederà.

L’uso del 3D, oltre a una marca estetica, cosa può portare a livello narrativo o di resa psicologica per un personaggio?

R.R.: Credo che sarebbe interessante vedere il film in tutte e due le versioni. Per rendersi conto che quella in 3D dona maggiore vita al mondo creato da Frank. Il suo universo è molto astratto e le sue immagini sono molto asciutte, non ci sono tantissimi elementi in scena. Quindi, magari, vedere un puntino bianco fermo è diverso da vederlo in movimento e rendersi conto che si tratta di neve. In questo caso, avendo immagini molto essenziali, il 3D ti aiuta a concentrare l’attenzione sugli elementi fondamentali che Frank ha scelto accuratamente per il suo lavoro.

F.M.: Volevo aggiungere che quello che conta è la storia e in questo caso l’uso del 3D aiuta ancor di più noi a guardare le cose che servono e che sono funzionali alla narrazione. Se invece il 3D è utilizzato per altro secondo me non è importante.

Cosa pensa del trailer di “Batman vs Superman” che è sembrato iconograficamente molto ispirato al suo Dark Knight, lo ha visto? Ma soprattutto cosa pensa in generale delle ultime trasposizioni di Batman al cinema?

F.M.: Non l’ho visto. E non lo voglio vedere. Possono fare tutto quello che vogliono con quello perché io non ne faccio parte.

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