Venezia 71 – La Zuppa del Demonio: recensione film

LA ZUPPA DEL DEMONIO: L’ITALIA DEL PROGRESSO E DEL CONSUMO RACCANTOTA,FUORI CONCORSO, NEL DOCUMENTARIO DI DAVIDE FERRARIO

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La zuppa del demonio, così Dino Buzzati definiva gli altoforni e così è il titolo del documentario di Davide Ferrario presentato Fuori Concorso alla 71 Mostra Internazionale di Venezia.

Ad essere presentata sullo schermo è l’Italia del progresso, il Bel Paese del lavoro in fabbrica, quando ancora c’era, e delle automobili, rigorosamente fiat. L’Italia dell’acciaio e del consumismo, quel consumismo che sapeva di buono e di nuovo, quel consumismo che appagava e faceva cambiare il vestito di domenica.

Nemmeno troppi anni fa quest’Italia c’era sul serio, curiosa e pronta ad andare verso la tecnologia, che piano piano è finita per annichilire ogni cosa. Si respirava odore di benzina e tanta voglia di stare al passo con chi al passo ci stava da prima di noi. Il regista Davide Ferrario con immagini rubate al 900 e parole di grandi personalità e scrittori, come Gadda, Marinetti, Buzzati, Calvino, Parisi, Bocca, Pasolini ed altri, racconta senza nessuna sbavatura quest’Italia all’epoca del futuro quando, ahimè, quel futuro lo so si sentiva davvero nell’aria.

Le immagini ben scelte e ponderate scorrono sullo schermo senza alcuna sbavatura, le parole sono ben aderenti al visivo e riportano in lingua quello che gli occhi vedono e quello che è il tema del documentario. Un prodotto ben fatto e sicuramente riuscito, non si può negarlo, ma forse ciò che manca è quella verve che avrebbe invigorito il lavoro che spesso sa di acciaio freddo e liscio. Tramite le immagini si arriva ad un processo nostalgico che da Italiani tocca tutti, pure chi ovviamente non ha vissuto il periodo ma lo ha letto nei libri di storia.

Ora, adesso, nel nostro tempo quell’entusiasmo e quella curiosità viene meno, manca quella spinta di guardare al futuro e quella passione nel riconoscersi parte piena di un sistema che ruota e corre. La Zuppa del Demonio ci ricorda chi siamo e cosa è stato senza calcare mai la mano, lasciando allo spettatore la capacità e il libero arbitrio di riflettere.

Oggi quell’Italia ci manca, ci manca la sua voglia di crescere e ci mancano gli italiani ancora capaci di stupirsi e crederci.

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