Roma Film Fest 2014-Tre Tocchi: intervista al regista Marco Risi

MARCO RISI:<<E’ TUTTO MOLTO PRECARIO. SI PARLA DI COSE PICCOLE, MA SONO LE COSE PICCOLE CHE FANNO LA DISPERAZIONE GRANDE>>

La squadra di calcio di Marco Risi arriva al Roma Film Fest 2014. Il film, Tre tocchi, riporta sullo schermo sei storie che si intrecciano, storie di attori precari che hanno la passione per il calcio e il proprio lavoro. Tra finzione e realtà viene proposto un racconto tanto attuale quanto amaro che parte dai sogni e dall’incapacità della società di permettere di realizzarli.

Perché ha scelto di impegnare un film proprio sulla frustrazione, un sentimento che si tende invece a rimuovere?
Marco Risi: Questo non è sbagliato, in effetti c’è questa dominante nel film , io preferisco chiamarla dolore ma in realtà è molto frustrazione e mi sembra una costante abbastanza comune, oggi in tutti, in tanta parte del genere umano. Mi rendo conto che c’è tantissima gente che ci prova, giovani che tentano, che vogliono cominciare e vengono frustrati dall’impossibilità di trovare una realizzazione per quelli che sono i loro sogni, che non sono nemmeno sogni così ambiziosi, sono sogni anche minimi in certi casi. Mi rendo conto che in questo paese è molto difficile, soprattutto in questo paese, perché ci sono leggi, leggicole, lacci, laccetti, diventa impossibile quasi arrivare e fare, c’è sempre quello che ti dice no devi andare dall’altra parte, no questo qui non lo puoi fare, no te non vai bene per questa cosa, al di là di quello del mestiere dell’attore, sto parlando per tutte le categorie. Viene un po’ a noia la burocrazia di questo paese che in molti hanno cercato di abbattere e nessuno ci è mai riuscito. E’ tutto molto precario, si parla di cose piccole, ma sono le cose piccole che fanno la disperazione grande. Questo poi applicato al lavoro dell’attore, l’attore che dipende sempre da qualcun altro, può suscitare appunto delle frustrazioni, che possono avere anche delle conseguenze sul sistema nervoso. Mi domando come mai gli attori non siano tutti pazzi, anche se alcuni di loro lo sono, forse i più bravi. I grandi attori sono timidi e per affrontare loro timidezza decidono di esporsi. Montgomery Clift ad esempio era un bravo attore ed una persona timidissima; un giorno disse dopo aver avuto successo: “Come si fa ad Hollywood a tornare a casa e cucinare due uova in pace senza pensare al suicidio?”. Sarebbe interessante vedere cosa succede ad un attore quando raggiunge il successo.

Quale è il suo rapporto con gli attori?
M.R.: Ecco io quando lavoro con gli attori mi piace che mi sorprendano, non sono innamorato di quello che ho pensato del personaggio, sono anche innamorato del fatto che loro mi diano una nuova chiave di lettura, che cambino qualcosa, che però me lo facciano suonare. Se sento che non suona lo fermo e dico no, falla così, perché così è falsa. Questo ogni tanto succede, è successo tante volte in questo film. Ad esempio la scena del ballerino di Paco, ex ballerino, l’abbiamo scritta e riscritta insieme più volte; è stato un lavoro di grande collaborazione. Quando Altman girò “Nashville” ognuno degli attori ha scritto quasi per intero la sua parte.

Quanto gli attori quindi sono intervenuti nella sceneggiatura e nella costruzione dei personaggi?
M.R.: Moltissimo, siamo stati ad ascoltarli prima e poi sul set ci sono stati dei cambiamenti. Poi in fase di sceneggiatura ci si consultava, c’è stata quindi davvero una grandissima partecipazione.

Perché ha scelto proprio queste sei storie?
M.R.: Perché erano più interessanti delle altre. Mi interessava la varietà delle cose. Non potevo sceglierne troppe, sei è già un numero alto, grosso, sarebbe stato un film interminabile altrimenti. I magnifici sei, quelli però sono sette. Ci sono delle peculiarità che mi hanno attratto. La storia di Napoli, di questo qui che va a fare i conti con il suo passato mi piace, mi ha interessato, potrebbe essere solo questa un film.

Per la prima volta ha partecipato anche alla produzione di un film, come è stato e soprattutto si è sentito più libero come regista?
M.R.: Ho messo metà del capitale, circa 250mila euro, e così abbiamo realizzato “Tre tocchi”, sperando di rientrare dei soldi altrimenti mi butterò nel Tevere! Ammetto che è il film più libero che abbia mai realizzato, ho fatto quello che mi andava di fare. In altre occasioni non sarebbe stato così facile mettere in scena davanti alle telecamere dieci ragazzi completamente nudi, mostrare delle donne nude è sempre meno complicato.
Mi ricordo che in Cha Cha Cha, i pochi secondi in cui Luca Argentero usciva nudo dalla doccia avevano provocato delle reazioni pericolose, figuriamoci in questo caso!

 

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