Vittima degli eventi: recensione Dylan Dog

DI GRANDE IMPATTO VISIVO, IL FAN-MOVIE SULL’INDAGATORE DELL’INCUBO PIACE CON L’ASTERISCO

dydCapita di transitare in questa valle di lacrime, succede di guardarsi attorno e non riconoscere luoghi solitamente a noi familiari, accade talvolta (seppur mai appurato) di incappare nel sovrannaturale. Molti di noi ne fuggirebbero, alcuni altri invece affrontano l’ignoto con persistente consapevolezza, ma solo uno, tra i tanti, è l’indagatore dell’incubo: Dylan Dog, celeberrimo personaggio nato dalla penna di Tiziano Sclavi.

Un fan che si rispetti si approccia al prodotto cinema nelle sue trasposizioni letterarie con la dovuta delicatezza, specie in seguito allo scotto del precedente film con Brandon Routh, da cancellare da annali e da scaffali impolverati di Safara. Dopo 28 anni e centinaia di fumetti, Claudio Di Biagio e Luca Vecchi, con la distribuzione The Jackal, decidono di riprendere in mano il mito e trasformarlo in un giovane eroe contemporaneo, un ibrido investigativo dell’occulto che vive e lavora a Roma, un cavaliere solitario tra realtà e mondi paralleli, una Vittima degli Eventi.

Interpretato da Valerio Di Benedetto e affiancato dallo stesso Vecchi nei panni del fido assistente Groucho, il nostro Old Boy si imbatte in un caso che unisce presente e passato, la storia della capitale italiana con il presente reale, cinico e disilluso, dove indagare sull’oltretomba è una pratica per pochi pavidi. Il sottobosco di creature oniriche proposto da regia e sceneggiatura è inizialmente efficace, faticando poi a trovare una sua dimensione simbolica adattata a dialoghi “attuali.”

Ammirevole il lavoro di ricostruzione scenografica, l’intento di omaggiare il fumetto della Bonelli italianizzandone le fattezze, la scelta delle luci che catapultano in una città sospesa, da Castel Sant’Angelo a quei vicoli fumosi che richiamano Londra in notturna, scelta come originale ambientazione. Tutto ciò, però, avrebbe giovato da un ritmo decisamente maggiore o da una durata inferiore, unita ad una ricerca estetica noir che si addice maggiormente alle venature horror metafisiche del suo protagonista.

Se nelle intenzioni dichiarate c’è quello di serializzare un prodotto iconografico come questo, meglio si deve badare alla spiegazione dei ruoli, seguendo quel sacro codice dello spettatore profano a cui tutto va insegnato. La strada intrapresa è assolutamente quella giusta, l’idea di estrema originalità, una volta limati quei difetti evidenti la strada intrapresa per affrontare Xabaras e il suo regno di non morti sarà solo una formalità da sbrigare. Groucho, pistola.

 

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Alla ricerca estrema dell'originalità, quel talento nascosto che il cinema porta a galla con classe ed eleganza d'autore.
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