Un gatto a Parigi: recensione film

UN GATTO A PARIGI È UN FILM D’ANIMAZIONE ORIGINALE E SINCERO, UNA DICHIARAZIONE D’AMORE AL NOIR, UN PIACERE PER OCCHI E ORECCHIE

Un gatto a Parigi locandinaGENERE: animazione

DURATA: 64 minuti

USCITA IN SALA: 18 dicembre 2014

VOTO: 4 su 5

Una grafica accattivante, un lavoro di ottima qualità che tocca le corde del cuore, accarezza l’udito e dà piacere agli occhi: questo è Un gatto a Parigi, primo lungometraggio di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, nelle sale dal prossimo 18 dicembre. In realtà la produzione di questo film d’animazione risale al 2010, e nel 2011 è stato candidato agli Oscar, ma solo ora arriva in Italia la storia della doppia vita di Dino, animale da compagnia della piccola Zoe di giorno, compagno di furti di Nico, ladro dal cuore d’oro, di notte. Il padre di Zoe è stato ucciso dal perfido criminale Costa, e da allora sua madre, commissario di polizia, indaga per catturarlo. Per perseguire il suo scopo affida la bambina alla persona sbagliata, ma per fortuna il loro cammino, grazie allo zampino del gatto, si incrocia con un uomo, che sarà anche un ladro, ma che ha generosità e altruismo da vendere.

Il film è visivamente originale, accattivante, accurato: ambientato per lo più nella Parigi notturna, i personaggi si muovono con estrema fluidità fra i tetti della città e le sommità della cattedrale di Notre Dame. La falsa prospettiva, l’utilizzo irreale dei colori, gli scenari dalla mancata profondità rendono uniche le scene di un film che dimostra il desiderio di avvicinarsi alla pittura più che allo stile dell’animazione di oggi, e proprio in questa sua originalità trova il suo punto forte.

Inoltre, non è soltanto un piacere per gli occhi, ma anche le orecchie non rimangono deluse. I wished on the moon di Billie Holiday apre il film e anticipa le piacevolissime musiche di Serge Besset. Vari riferimenti emergono nel corso della visione: lampante è quello a Hitchcock, che rivive nella suspense e nelle ambientazioni notturne, come anche quello a Le Iene di Tarantino per i nomi ridicoli dati alla gang del cattivo. L’inquietudine della vicenda va di pari passo col divertimento, scatenato più volte nel corso della pellicola e che accende le risa del pubblico quando in scena c’è un piccolo, rumoroso e fastidioso cagnolino.

A culmine di tutto, l’umanità dei personaggi. Zoe e sua madre si trovano a fare i conti col dolore di un grave lutto che porta la prima a perdere la parola, la seconda a un forte desiderio di giustizia e, purtroppo, di trascuratezza verso la figlia. Non mancano il tradimento, la pazzia, il ritrovato amore e la serenità nel ricomposto nucleo familiare.

Un gatto a Parigi è una dichiarazione d’amore al genere noir che sarebbe un peccato perdere.

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