Timbuktu, un film da cui torni con il cuore gonfio

DALLA VISIONE DI TIMBUKTU TI RIMANE DENTRO UNA DOMANDA: PERCHÉ?

TimbuktuSi chiudono più volte gli occhi, ti si stringe il cuore, a tratti ti viene da alzarti e correre via, oppure urlare “Basta! Non si può!”, guardando Timbuktu, diretto da Abderrahmane Sissako, sceneggiato con Kessen Tal, presentato lo scorso anno al Festival di Cannes, candidato all’Oscar tra i film stranieri, e nelle sale dal 12 febbraio.

Non lontano da Timbuktu, occupata dai fondamentalisti religiosi, in una tenda tra le dune sabbiose vive Kidane, in pace con la moglie Satima, la figlia Toya e il dodicenne Issan, il giovanissimo guardiano della loro mandria di buoi. In paese le persone soffrono sottomesse al regime di terrore imposto dai jihadisti determinati a controllare le loro vite. Musica, risate, sigarette e addirittura il calcio, sono stati vietati.

Le donne sono state obbligate a mettere il velo ma conservano la propria dignità. Ogni giorno una nuova corte improvvisata emette tragiche e assurde sentenze. Kidane e la sua famiglia riescono inizialmente a sottrarsi al caos che incombe su Timbuktu. Ma il loro destino muta improvvisamente quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pastore che aveva massacrato Gps, il bue della mandria a cui erano molto affezionati. Kidane sa che dovrà affrontare la nuova legge che hanno portato gli invasori.

Questa, in breve, la storia. Ma qui c’è molto altro. Lasciando da parte la fotografia, meravigliosa, e la musica, che impreziosiscono il film, qui c’è davvero molto di piu’. C’è il coraggio di raccontare come le cose piu’ semplici, vere, belle, “normali” che accomunano tutti noi essere umani, possano essere violentate, usurpate, schiacciate, frantumate, distrutte, letteralmente uccise, in nome non si sa di quale fede. L’amore, la serenità, la leggerezza, il gesto, il canto, il gioco: non c’è spazio per questa bellezza nella dittatura jihadista.

Ma Sissako, con grande coraggio e assoluta delicatezza, ci mostra il lato “umano” anche di questi uomini, essi stessi intrappolati in qualcosa di assurdo, inumano, spaventoso. Per tutta la durata del film una domanda: perché. Quella partita di pallone tra giovani, senza palla, è una vera poesia: struggente, senza possibilità di fuga. Questo film non lascia scampo: se il tg non lo vuoi guardare, cambi, se sulla rete non hai piu’ voglia di leggere di queste atrocità, scorri avanti. Ma se entri al cinema, e consiglio di farlo, non hai scampo. Resti li’ inchiodato a chiederti perché, ed esci chiedendoti perché possa succedere ancora, che alcuni uomini, rubino la libertà ad altri, facendo anche di se stessi, degli schiavi.

Unico peccato che il film uscirà doppiato, lasciando in lingua originale solo la parte degli abitanti del villaggio. Mentre questo film è così vero che andrebbe lasciato così.

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Ylenia Politano, giornalista, si occupa da diversi anni di cultura, lifestyle e cinema. Mamma di tre creature e moglie di un attore, tra un asilo, uno scuolabus, una piscina e feste con 20 bambini di età compresa tra 1 e 9 anni, torna al suo primo amore, il cinema. Interviste, recensioni, riflessioni. Grandi maestri e nuovi talenti. Incursioni qua e là. Set, anteprime, backstage. Quando la mamma non c’è…”la mamma è al cinema!”