Second chance: recensione film


IL NUOVO FILM DI SUSANNE BIER, VIETATO AI DEBOLI DI STOMACO

Second Chance di Susanne BierGENERE: DRAMMATICO

DURATA: 104 minuti

USCITA IN SALA: 2 aprile 2015

VOTO: 4 su 5

Forte, duro, spietato. Sono questi gli aggettivi che più saltano alla mente, una volta completata la visione di Second Chance. Il premio Oscar Susanne Bier, aggiudicatole per In un mondo migliore nel 2010, insieme al “suo” sceneggiatore Anders Thomas Jensen, fidato compagno di numerose collaborazioni, si spinge oltre i limiti che un essere un umano, in certe e particolari situazioni, è capace di superare. A distanza di mesi dal Gone Girl di David Fincher, le dinamiche familiari, con i suoi segreti e le sue pulsioni recondite, vengono nuovamente messe a nudo. Un paragone che si ferma a quest’unico aspetto, però, poiché la forma, lo sviluppo narrativo, lo stile, adottati dalla regista danese, risultano enormemente differenti da quelli del collega americano.

Parliamo innanzitutto di una messa in scena tipicamente “europea”, meno edulcorata e sensazionalistica, tradizionalmente, rispetto ai prodotti d’oltreoceano. Ed infatti, lì dove Fincher tende all’esagerazione, sfiorando volontariamente il grottesco, la Bier preferisce un approccio più crudo e realistico, e, proprio per questo, ai nostri occhi decisamente più spaventoso. Pur partendo da atmosfere, come accennato, piuttosto similari, soprattutto nelle sequenze “matrimoniali”, caratterizzate in egual modo da rovinosi sentimenti repressi e nascosti, Second Chance finisce successivamente per assumere una deriva del tutto diversa e personale.

Il protagonista è Andreas, poliziotto, dall’apparente vita perfetta. È felicemente spostato con Anna, con la quale ha da poco avuto un bambino. Il loro destino s’incrocia con quello di un’altra coppia, Tristan e Sanne, anche loro genitori da breve tempo, che vivono in un ambiente praticamente opposto, condito da droga e violenza. La trama si sblocca quando una tragica fatalità colpisce l’idillio familiare di Andreas, scatenando un’inarrestabile e distruttiva catena di eventi.

Il cast è di tutto rispetto. Se Nikolaj-Coster Waldau (Il Trono di Spade), che interpreta Andreas, è la star più internazionale, rappresentando così una certa garanzia, altrettanto rilevanti sono le interpretazioni dei colleghi meno conosciuti al grande pubblico. Mentre Nikolaj Lie Kaas, l’attore di Tristan, e Maria Bonnevie, nel ruolo di Anna, possono vantare comunque curriculum densi di innumerevoli prove e riconoscimenti, in patria quanto ad Hollywood, tocca alla modella Lykke May Andersen, al debutto assoluto in campo cinematografico, l’onere di ispirare la maggiore curiosità. Susanne Bier racconta di averla incontrata ad una festa, e di aver deciso immediatamente che la parte di Sanne sarebbe stata sua, sfidando, in questo modo, tutti quelli che le chiedono perché non riservi un provino a tutti gli attori. Data la sorprendente performance sfoggiata, e il successivo consenso unanime della critica danese, risulta oltremodo facile, a posteriori, riconoscere alla regista la vittoria totale dell’azzardata scommessa.

Pensare che il compito, stando a quanto visto, non era neanche tanto semplice, per usare un eufemismo. Il personaggio di Sanne, infatti, porta con sé le maggiori disgrazie e, allo stesso tempo, le più sincere e positive emozioni su cui ruota l’intera pellicola. Una centralità, evidentemente condivisa dalle intenzioni della stessa Bier, visti gli intensi e struggenti primi piani che le riserva. Le scelte di regia, poi, vanno a legare indissolubilmente Sanne al protagonista, Andreas. Il loro incrocio di sguardi su cui la macchina da presa si sofferma a lungo nei minuti iniziali, viene puntualmente riproposto in quelli finali, chiudendo un cerchio tanto squisitamente tecnico quanto significativamente narrativo.

Ed è proprio con la vicenda della “controparte” della coppia protagonista che il film prende le sue distanze da qualsiasi altro possibile riferimento. L’opera attuata dal duo Bier-Andersen in fase di scrittura si rivela più che raffinato, in misura ancor maggiore se si pensa alla “sporca” messa in scena. Esattamente come si sviluppano, in contrapposizione, le dinamiche tra i felici e borghesi Andreas ed Anna in rapporto alla coppia Tristan-Sanne, completamente allo sbando. Il risultato finale è spiazzante, specialmente in relazione alle scelte e alle azioni contrastanti delle due maternità messe in gioco, dove non c’è un bianco e un nero, bene e male si intersecano, invece, in maniera spietatamente veritiera. A tal proposito, la stessa regista afferma: “Questo non vuol dire che non esistano il bene e il male, in senso morale, ma una situazione simile amplifica la nostra comprensione del perché gli esseri umani si comportino in modi non sempre apparentemente comprensibile”.

La durezza della forma di Second Chance raggiunge il suo apice nella rappresentazione dei corpi dei due figli “protagonisti”. Come il nostro sottotitolo mira preventivamente a mettervi in guardia, era dai tempi del Trainspotting di Danny Boyle che non si assisteva al corpo senza vita di un neonato, e non dubitiamo sarà oggetto di un certo scalpore nei mesi a venire. Qualcuno potrebbe bollare la scelta della regista come di cattivo gusto, giudicandola una malsana ricerca alla facile impressione per lo spettatore. D’altro canto, invece, tutto si potrebbe inserire nel realismo crudo e privo di alcun filtro del quale si è già parlato in apertura, in perfetta conformazione allo stile applicato alla pellicola. Nella conferenza stampa, successiva alla proiezione del film, cui abbiamo preso parte, era presente l’attore Nikolaj-Coster Waldau, il quale, alla domanda su quanto siano state difficili le suddette scene, ha risposto: “E’ stata proprio dura, perché un bambino rappresenta la quintessenza della purezza, dell’innocenza. Ognuno di noi quando vede un bambino sente l’istinto di abbracciarlo, di proteggerlo, di tenerlo lontano da ogni male. […] La scena forse più dura è stata quando con mia moglie ci svegliamo di notte e vediamo che il bambino è morto. Non posso negarlo, è stata veramente una scena durissima”.

Ma Second Chance non va certo ridotto solo a questo, come abbiamo cercato di illustravi fino ad ora. Lo stesso Waldau fa notare: “Susanne Bier ha proprio un suo stile unico, crea un contesto in cui gli attori, tutti, si concentrano esclusivamente su quei momenti che ti permettono di sorprenderti. Dove tu ti sorprendi e, ovviamente, anche il pubblico”. Il film danese può essere tante cose, insomma, ma sicuramente non è banale, né tantomeno prevedibile. Perciò, prima di visionarlo, preparate psicologicamente i vostri animi e, allo stesso tempo, fisicamente i vostri stomachi.

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