Fury sul sentiero del soldato Ryan, vent’ anni dopo


SE SOLO AVESSIMO UN PO’ DELLA GRANDEZZA DI PITT NEL NOSTRO CINEMA…

Tom HanksUn mio caro amico, conosciuto sui banchi del liceo, mi diceva già vent’anni fa: “Nei film di genere c’è un sacco di gente che fa i propri tentativi, poi arriva Spielberg e rovina tutto”. Quel “rovina tutto” era la parte più interessante del discorso. Era pronunciata infatti con il chiaro intento di sottolineare che il magnifico Steven non solo fa le cose meglio degli altri, ma le fa così bene che per chi viene dopo il paragone è quasi sempre praticamente letale.

Parliamo naturalmente di Salvate il soldato Ryan. E veniamo all’oggetto in questione: Fury, regia di David Ayer, con Brad Pitt e Shia Lebeouf. Mio marito mi dice: “Piantala un po’ con tutti ‘sti film d’autore e vieni a vederti un filmone da maschiacci”. Ci vado, non fosse altro per godermi la vista del bel Pitt che, nonostante i suoi 50 passati, dispensa sempre fascino e intensità interpretativa con generosità. E infatti il film parte bene: ottima fotografia, con quella luce grigia e piatta che uniforma gli uomini alle cose e ai colori, come in un filmato d’epoca e d’effetto l’impatto che si ha con la vicenda.

Un’unità di carri Sherman che deve compiere una missione eroica attraverso le lande desolate della Germania in fiamme, nella primavera del 1945. Tenere una posizione strategicamente decisiva per le sorti del conflitto. Ci si connette subito empaticamente con i protagonisti; uomini sofferenti, provati dall’orrore scatenato dai combattimenti che dal giugno ’44 stanno incendiando l’Europa. E la tensione, il dolore profondo che si legge negli sguardi e in ogni azione, sia fisica che emotiva, sono veramente coinvolgenti e portati sul grande schermo con molta specificità e talento. Ma come comincia l’azione vera e propria, cioè come i protagonisti devono decidersi a procedere per far evolvere le loro sorti e quelle dei loro commilitoni, beh, qui cominciano i guai. Perché si piomba subito nei clichèes solcati dal perfido Spielberg.

Ed ecco nell’ordine: l’equipaggio del carro armato si trasforma subito in un manipolo di uomini violenti, ma cinici e saggi che vessano il ragazzino capitato sventuratamente in mezzo a loro, ma solo con l’intento nobile di farlo diventare uomo e soldato di spessore prima che finisca il film. C’è la famigliola autoctona che paga con la vita la contaminazione con il nemico, c’è il comandante duro, ma giusto con i suoi uomini (come fossero i suoi figli ), c’è la missione suicida che si risolve nel sacrificio eroico di tutta la truppa protagonista. Ma, al contrario del famigerato film capostipite, tutto è risolto con troppa retorica.

Il battaglione delle SS impegnato nello scontro finale appare come una banda di pellegrini che hanno perso la retta via, disorganizzato e inefficiente, e i nostri eroi perdono la vita solo dopo essere stati colpiti da milioni di proiettili e aver subito decine di ferite. Naturalmente hanno sterminato da soli mezzo esercito tedesco e, udite udite, il giovane alter ego del fortunato Ryan finisce col salvarsi a sua volta dando un senso al sacrificio degli amici eroi.

Condiamo il tutto con citazioni dalla bibbia e proiettili che solcano il cielo come i raggi laser di Star Wars e abbiamo finito. Però. Però gli attori sono ottimi, Brad Pitt ormai è un gigante dello schermo e i suoi comprimari gli stanno degnamente accanto con una concentrazione e una verità interpretativa che se ne avessimo la metà nel nostro cinema basterebbe. E allora va bene così, ci siamo divertiti. Con il buon Steven che se la ride sotto la barba.

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Ylenia Politano, giornalista, si occupa da diversi anni di cultura, lifestyle e cinema. Mamma di tre creature e moglie di un attore, tra un asilo, uno scuolabus, una piscina e feste con 20 bambini di età compresa tra 1 e 9 anni, torna al suo primo amore, il cinema. Interviste, recensioni, riflessioni. Grandi maestri e nuovi talenti. Incursioni qua e là. Set, anteprime, backstage. Quando la mamma non c’è…”la mamma è al cinema!”