Lo chiamavano Jeeg Robot: recensione

CLAUDIO SANTAMARIA, SUPEREROE DI TOR BELLA MONACA

jeegrebot1GENERE: fantascienza

DURATA: 112 minuti

USCITA IN SALA: 25 febbraio 2016

VOTO: 3,5 su 5

In Italia non siamo abituati ai supereroi , né nella realtà né tanto meno sullo schermo. Se pensiamo ai supereroi certamente ci viene in mente una cinema di stampo americano, quel cinema dei grandi poteri e delle grandi responsabilità.

Di certo non ci aspettavamo che proprio qui in Italia qualcuno portasse sul grande schermo una storia con tali caratteristiche. Trovata folle e coraggiosissima quella di Gabriele Mainetti che con il suo Lo chiamavano Jeeg Robot porta in Italia un genere che non eravamo abituati a vedere. Solo un pazzo o un genio avrebbe potuto tentare una simile strada, eppure Mainetti ne esce vincitore portandosi a casa un film degno di nota.

Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere un forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio.

Il film è il racconto di un eroe metropolitano, niente calzamaglia o strane maschere, l’eroe di Mainetti sembra in realtà un antieroe calato nella parte per sbaglio. Ed ecco la trovata che convince più di tutto: il fatto di non voler imitare nessuno ma di trattare il film un po’ nel metodo italiano , nel senso buono del termine, prendendo e prendendosi poco sul serio.

Lo chiamavano Jeeg Robot utilizza un’ironia che ci è famigliare, le scene divertenti si alternano a quelle più dure. La periferia romana è dipinta bene grazie anche alle scelta del dialetto che permette di rendere ancora più vero il racconto. La pellicola non è certo la trasposizione del cartone giapponese e non vuole esserlo, è una speranza nel panorama cinematografico italiano che ci sembrava fermo a certi prodotti commerciali e bassi.

Gabriele Mainetti compone invece un’opera di ampio respiro e lo fa nella maniera più rilassata senza portare sullo schermo un film borioso o altezzoso. Ovviamente alcune scene sono un tantino” tamarre” (passateci il termine romano che è bene calzante nel contesto) , ma nel complesso Lo chiamavano Jeeg Robot è u prodotto validissimo non solo da un punto di vista registico, ma anche rispetto la scrittura e la narratività. Non si può certo non citare la recitazione degli attori così ben inquadrati da non essere mai di troppo o fuori contesto.

 

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