The Confessions of Thomas Quick: recensione film

IL DOCUMENTARIO SUL SERIAL KILLER SVEDESE APPRODA A ROMA

The Confessions of Thomas Quick posterGENERE: drammatico
DURATA: 95 minuti
VOTO: 3 su 5

Una delle vicende di cronaca più inquietanti della storia della Svezia quella di Sture Bergwall, alias Thomas Quick. Il regista britannico Brian Hill porta alla Festa del Cinema di Roma un documentario incentrato sulla vita di questo personaggio e sugli scenari che si sono aperti dopo gli eventi raccontati nel suo lavoro.
In The Confessions of Thomas Quick assistiamo a una serie di testimonianze che ricostruiscono i terribili fatti avvenuti sul finire del secolo scorso. Sture Bergwall è un paziente psichiatrico rinchiuso da molti anni in uno dei più grandi manicomi criminali del Paese. Improvvisamente, Sture afferma di aver compiuto un terribile crimine: quello di aver brutalmente ucciso il piccolo Johan Asplund, scomparso quasi venti anni prima e mai ritrovato. Subito si riunisce un team di esperti psicologi e psichiatri che, attraverso una terapia fatta di molti farmaci e continue sedute, cerca di far emergere i ricordi sepolti dell’uomo. La teoria seguita è infatti quella della memoria repressa che collega direttamente molte delle azioni violente compiute in età adulta agli abusi subiti durante l’infanzia, entrambi cancellati dalla mente del soggetto preso in esame.

E così, a poco a poco, Sture inizia a confessare un altro brutale delitto, e poi un altro, e un altro ancora. Sembra quasi che tutti i più grandi casi irrisolti del suo Paese portino in realtà la sua firma. Appoggiato e circondato da detective e medici, entusiasti per le continue conferme delle loro tesi, l’uomo si addosserà il merito di quasi una trentina di omicidi per 8 dei quali verrà giudicato colpevole. Fino a quando qualcuno non metterà tutto in discussione.

The Confessions of Thomas Quick non è soltanto il resoconto di un caso di cronaca tra i più famosi dei nostri tempi, ma è anche la messa in dubbio dell’intero sistema giudiziario e sanitario svedesi. Attraverso la manipolazione sottile ma spietata di anime semplici, sofferenti e (soprattutto) sole, prendono vita storie e vengono rilasciate confessioni che poco o nulla hanno a che fare con la realtà.

Hill gioca con lo spettatore, impegnandosi nella prima parte del suo lavoro a costruire una struttura che verrà poi completamente demolita. Quasi un’ulteriore dimostrazione di come, molto spesso, credere all’inverosimile sia più semplice che sforzarsi di cercare il vero.

Il materiale affrontato dal regista magari avrebbe trovato una maggior risonanza e incisività se, paradossalmente, fosse stato trattato dalla dimensione della fiction, della finzione: una vicenda così reale con dei contorni, però, da storia dell’orrore sembra essere quasi il soggetto perfetto per un thriller psicologico o un dramma poliziesco.

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