The Walk: recensione film

Philippe Petite (Joseph Gordon-Levitt) in TriStar Pictures' THE WALK.

L’IMPRESA “TRA LE NUVOLE” IN ANTEPRIMA ALLA FESTA DI ROMA OGGI IN SALA

Layout 4

GENERE: biografico

DURATA: 123 minuti

USCITA IN SALA: 22 Ottobre 2015

VOTO: 3,5 su 5

Nel 2009 il documentario Man On Wire (da noi col sottotitolo Un uomo tra le Torri), diretto da James Marsh, vinceva l’Oscar di categoria, riscuotendo consensi dalla critica ed entusiasmando il pubblico di tutto il mondo. Sei anni dopo, Robert Zemeckis decide di “romanzare” la straordinaria impresa compiuta da Philippe Petit nel lontano 1974,con The Walk, in anteprima alla decima edizione della corrente Festa di Roma. Entrambi i lavori, per la cronaca, sono stati preceduti dal cortometraggio del 1984 High Wire, di Sandi Sissel, fatto che può far ben comprendere quanto l’incredibile evento continui ad ispirare i filmakers col suo sapore leggendario e tanto poetico.

The Walk (terzo titolo scelto dalla produzione per il film, dopo To Reach The Clouds e To Walk The Clouds) si basa, esattamente come il pluri-premiato Man on Wire, sul libro scritto dallo stesso Philippe Petit Toccare le nuvole fra le Twin Towers. I miei ricordi di funambolo. La trama, per chi ha visto il documentario o ha anche solo sentito di che si tratta, è quindi facile da dedurre: Zemeckis e il suo co-sceneggiatore Christopher Browne ricostruiscono, stavolta cinematograficamente, la vita di Petit e cosa lo ha portato a intraprendere il suo chiacchierato e immortale progetto, dalla sua infanzia in terra di Francia fino alla Grande Mela e a quelle Torri che hanno poi significato la tragica fine di una civiltà e l’inizio di un’altra.

L’interpretazione dell’americano Joseph Gordon-Levitt nel ruolo di Petit, fortemente voluto da Zemeckis, è senza dubbio tra gli aspetti più impressionanti e memorabili della pellicola, poiché innanzitutto smentisce la tanto criticata pratica hollywoodiana di scegliere attori dello star system per impersonare etnie differenti dalla loro, con risultati spesso disastrosi. Nel caso di Gordon-Levitt, invece, voce narrante e centro “fisico” del film, sembra di ascoltare (soprattutto) e vedere un vero francese, cosicché il cast di supporto appare davvero di supporto, visto che la scena la domina pienamente l’ex-protagonista di 500 giorni insieme, con buona pace per Ben Kingsley & co. che non possono far altro che stare a guardare.

La ricostruzione storica e il racconto dei reali protagonisti di Man on Wire cede in The Walk il passo, come detto, alla finzione scenica e caricata della macchina di Zemeckis, in una maniera non del tutto positiva. L’impressione che si ha nella prima ora e mezza, infatti, è che si cerchi di riempire il minutaggio che funziona da preambolo alla “camminata” vera e propria, tra una messa in scena ingenua e dialoghi fin troppo semplicistici, senza soffermarsi su di una qualsivoglia introspezione psicologica del protagonista, ma offrendo un quadro stereotipato ed eccessivamente fittizio della vicenda. La storia sembra così ridursi a una serie di eventi che si susseguono, senza particolare tensione, che arrivano perché in fondo sono veramente arrivati. Emblema, a tal riguardo, è la sequenza dell’intrusione notturna nelle Twin Towers, lontana dalla minuzia tecnica sfoggiata dal documentario, paradossalmente più densa di pathos.

L’uso della voice-over di Petit/Gordon-Levitt, che accompagna tutto il film, ha un effetto straniante, poi, considerevole sullo spettatore, limitando la sua immedesimazione, presente come prevedibile solo nell’ultima parte, finalmente notevole e addirittura straordinaria. Persino il 3D in questo caso, per una volta, funziona a regola d’arte, trascinando meravigliosamente lo spettatore lì “tra le nuvole” di New York insieme allo spericolato funambolo. Il ricordo che precede i titoli di coda, poi, alle Twin Towers e allo spettro della tragedia, mai davvero espresso ma solo suggerito, rimane un tocco commovente e di classe dell’americano Zemeckis. Mezzo voto in più, infine, è dato dalla visione in sala e dalla presenza del “vero” Philippe Petit al Festival, salutato dal pubblico con uno spassionato applauso, il quale comprende di essere di fronte a qualcuno che ha compiuto qualcosa, per usare le stesse parole del francese, di eccezionalmente “beautiful”.

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