Truth: recensione film

IL FILM CHE HA APERTO LA 10° EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA

Truth_GENERE: docudrama

DURATA: 121 minuti

USCITA IN SALA: 17 marzo 2016

VOTO: 3 su 5

Basato sul libro autobiografico Truth and Duty: The Press, The President And The Privilege Of Power di Mary Mapes, Truth vede l’esordio alla regia di James Vanderbilt, prolifico sceneggiatore hollywoodiano (Zodiac, The Amazing-Spiderman) che qui si confronta con la complessa materia della libertà di stampa. Ad aprire così la decima edizione della Festa del Cinema di Roma un film sul coraggio di combattere per le proprie idee, contro, appunto, i “privilegi del potere” che minacciati tentano di soffocarle.

Ambientato nei mesi precedenti alle elezioni presidenziali del 2004, con George W. Bush concorrente per il suo secondo mandato, Truth segue la vicenda del team creativo di 60 Minutes Wednesday, programma serale del canale televisivo CBS. Mary Mapes è la produttrice dello show, in diretta collaborazione con lo storico anchorman dell’emittente Dan Rather, figura per lei praticamente paterna. Il servizio cardine dell’intera pellicola riguarda lo stesso Presidente, che negli anni ’70 avrebbe usufruito delle proprie conoscenze per entrare nella Guardia Nazionale, evitando così di essere chiamato in Vietnam. L’intera denuncia pone le sue basi su delle “note” che conformerebbero quanto accaduto, le quali, dopo la messa in onda del programma, saranno il principale oggetto di controversia, con dure conseguenze per tutti i personaggi coinvolti.

Interpreti principali gli attori Cate Blanchett, nel ruolo della produttrice Mapes, e Robert Redford, in quello del presentatore Rather, veri dominatori della scena, che regalano i momenti di maggiore intensità durante le loro iterazioni sceniche, specie la telefonata finale, significativo e memorabile trattato di “morte” del giornalismo di una volta. Dennis Quaid, Topher Grace ed Elisabeth Moss i validi, e forse troppo trascurati, comprimari, a formare un cast comunque di pregevole caratura.

Il giudizio complessivo su Truth, dalla natura incerta, si può dividere in due parti nette e distinte. Nella prima, la più debole, la sceneggiatura di Vanderbilt non riesce a trovare il giusto ritmo, perdendosi in eccessivi tecnicismi, risultando a volte quasi soporifera. L’obiettivo palese è quello di gestire  il lungo percorso di costruzione del “caso” alla maniera di Aaron Sorkin, suscitando però l’effetto contrario, apparendo quindi fin troppo verboso e privo di particolare mordente. La colpa non starebbe neanche nei temi trattati, dove l’analisi dei periti grafici la fa da padrone, visto che un’importanza simile a tale materia veniva date anche in uno dei precedenti lavori di Vanderbilt, lo Zodiac di David Fincher, nel quale però la stanchezza della visione non si avvertiva affatto (o perlomeno in misura decisamente minore, forse perché in quel caso di trattava dell’indagine su un serial killer…).

Truth si presente però come un film sul giornalismo, in primis “americano” (accezione fondamentale, se si vuole lontanamente far confronti con la nostra realtà nazionale), aspetto che però sale colpevolmente in cattedra solo nella mezz’ora finale. Finalmente, nelle battute conclusive, l’accusa al governo statunitense e alle immorali manovre dei potenti trova il suo degno palcoscenico, dalle parole della produttrice rivolte alla commissione indagatrice del suo operato, a quelle “storiche” e più volte citate in futuro, passando per l’amara fine di tutta la squadra autrice del servizio. L’avvento di internet e il giornalismo vittima di interessi economici e politici diventano il tema principale, come ci si aspettava magari all’inizio, condotto con una forte ed efficace presa emotiva, la quale, complice anche (e soprattutto) la presenza della “vera” Mary Mapes in Sala, ha scatenato un lungo e commovente applauso del pubblico italiano sui titoli di coda.

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