Rock the Kasbah: recensione film

BILL MURRAY NEI PANNI DI UNO SQUATTRINATO MANAGER MUSICALE

rock the kasbah locandinaGENERE: commedia
DURATA: 116 minuti
USCITA IN SALA:  5 novembre 2015
VOTO: 2,5 su 5

Richie Lanz, manager musicale sull’orlo del fallimento, cerca di riscattare la sua carriera portando Ronnie, un’esordiente cantante, in Afghanistan per un tour per le forze armate USA. Ma una volta giunti a destinazione, la giovane decide di scappare, portando con sé tutti i risparmi di Richie. L’uomo, bloccato in terra straniera senza soldi né documenti, incontra casualmente Salima, una ragazza del luogo di etnia pashtun dalla voce straordinaria. Richie decide così di farle da manager e di portarla a esibirsi nel talent televisivo Afghan Star, ma per fare ciò dovrà sfidare la discriminatoria cultura locale e il volere del padre della giovane.

È una trama all’apparenza semplice e lineare quella che è alla base di Rock the Kasbah, ultimo lavoro del regista premio Oscar Barry Levinson. Forse è anche questa semplicità di fondo che fa emergere con ancor più evidenza i problemi nell’esposizione e nella costruzione dell’intera pellicola.

La commedia di Levinson commette un grande errore, che va a incidere complessivamente sull’andamento di tutto il film condizionando indelebilmente la resa finale dell’opera: il fare totalmente affidamento sulle spalle del protagonista, sebbene ottimo interprete, come se questa fosse la sola condizione necessaria per ottenere un film di buon livello. Intendiamoci: di Bill Murray non si può che dir bene, come non si può che elogiare l’incredibile capacità di questo attore di aver dato vita – con inimitabile spirito di (finto) disinteresse misto a sottile ironia – a personaggi straordinari che non avrebbero avuto il medesimo carisma se fossero stati altri a prestar loro il volto. Ma infatti il problema di Rock the Kasbah non è di certo l’attore statunitense (che, anzi, ne è la salvezza): anche se “dio”, Bill Murray non può però far miracoli, e il tener in vita un’intera pellicola priva di centro e di una struttura solida che ne permetta lo sviluppo rientra tra questi.

Levinson ha creato un’opera che parte da delle buone premesse, iniziando un discorso sui suoi personaggi che sembra aprire ad altro ma, in realtà, esaurisce ben presto le sue buone intenzioni. Tentando senza successo la commistione tra commedia pungente e dramma sociale, il film finisce per essere un accumulo di elementi senza un ordine né uno scopo, gettati in pasto a una sceneggiatura che colleziona situazioni inverosimili (molto lontane dall’essere ironicamente paradossali) e caratteri bidimensionali che mancano di consistenza. Il regista, pur disponendo di un buon cast, non sfrutta infatti appieno gli attori presenti, primo fra tutti Bruce Willis, relegato alla macchietta del combattente nerboruto che parla per monosillabi quando non usa la pistola.

In questa dimensione caotica e poco profonda, persino uno dei fili narrativi principali viene irrimediabilmente depotenziato: che la giovane Salima vada a cantare in tv, nonostante una famiglia e un Paese intero non ammettano che una donna compia un tale gesto, appare, alla fine di tutto, come un fatto di poco conto e quasi fuori contesto.

Rock the Kasbah si presenta come una grande occasione sprecata, un palco perfetto per sottolineare, ancora una volta, come la sola presenza di Bill Murray possa costituire un elemento bastevole per spendere il proprio tempo di fronte a uno schermo. Bastevole, sì, ma non sufficiente a far sì che si abbia voglia di ripetere la visione.

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